27/03/2008, 00.00
ISRAELE - VATICANO
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Ministero israeliano contro se stesso: francescano, con visto regolare, rifiutato da Israele

di Arieh Cohen
Il ministero israeliano degli interni sembra lavorare in modo contraddittorio: dà i visti e poi non li riconosce. Tutta colpa del “segretume” in cui è avvolta la procedura e i criteri per il rilascio dei visti. C’è anche necessità che gli Accordi col Vaticano vengano finalmente messi in atto per avere regole chiare sui visti al personale ecclesiastico.

Tel Aviv (AsiaNews) - Un sacerdote francescano, membro di un gruppo di pellegrini studenti i teologia a Roma, è stato respinto alla frontiera dai servizi di sicurezza israeliani. Pur essendo munito di regolare visto, il sacerdote è stato rispedito a Roma.

Il sacerdote è cittadino di un Paese dell'Asia a maggioranza musulmana, che non ha rapporti diplomatici con Israele. Ma il ministero israeliano degli Interni, avendo ricevuto accurate informazioni circa l'identità del richiedente, la sua nazionalità e il suo passaporto, aveva rilasciato il visto e dato il permesso di entrare in Israele.

Ansia, sgomento e sconcerto si sono diffusi nel gruppo di sacerdoti e religiose all'aeroporto, molti dei quali al loro primo incontro – e che incontro! - con lo Stato ebraico. A nulla sono valse le richieste di ripensamento da parte del responsabile ecclesiastico del gruppo, il vice direttore della rappresentanza romana della Custodia di Terra Santa. Il religioso in questione è stato costretto a riprendere il primo volo in partenza per Roma, dopo aver subito detenzione ed interrogatori durati otto ore.

Il caso riaccende le polemiche sul rilascio (o meglio: sul non-rilascio) dei visti e dei permessi di soggiorno per il personale ecclesiastico da parte del Governo di Israele. Ma c’è un elemento in più: questa volta il visto era stato rilasciato, ma gli agenti dello stesso governo che lo ha rilasciato, si rifiutano poi di onorarlo e riconoscerlo.

Un esperto di rapporti Chiesa-Stato in Israele commenta ad AsiaNews: "Per evitare conflitti e malintesi in questo campo, non c’è altro modo che un patto bilaterale, che specifichi diritti e doveri reciproci in materia. É almeno dal 1994 che, in base all'Accordo fondamentale tra la S. Sede e lo Stato di Israele (1993) esiste un impegno bilaterale, ancora tutto da mettere in pratica, di negoziare un tale accordo. 'Incidenti' del genere ne sottolineano necessità ed urgenza. Mi pare però che ancor prima di un accordo bilaterale, in Israele c'è bisogno di pubblico dominio le norme statali che regolano il rilascio di visti e permessi di soggiorno. Esse sono così segrete che neanche i tribunali israeliani riescono a costringere il Ministero degli Interni a rivelarli ai giudici. In tali circostanze, non sorprende che perfino gli agenti dello stesso Ministero non le conoscano e procedono in modi contraddittori: alcuni concedono un visto, altri lo negano, non riconoscendo l’operato dello stesso ministero ..."

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