29/09/2017, 12.03
SRI LANKA
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Ministro buddista: vergognoso l’attacco dei buddisti contro i Rohingya

di Melani Manel Perera

Mangala Samaraweera presiede il dicastero delle Finanze. Il 26 settembre 31 profughi fuggiti dal Myanmar sono stati aggrediti da monaci buddisti in un campo Onu alla periferia di Colombo. In passato l’isola ha accolto altri rifugiati. Musulmano: “Noi non abbiamo mai chiesto di stabilire qui i Rohingya. Ci sono ancora tante vittime della guerra civile che aspettano una casa”.

Colombo (AsiaNews) – L’assalto compiuto da una folla di monaci buddisti contro i profughi Rohingya scappati dal Myanmar che avevano trovato riparo in un campo dell’Onu “è vergognoso”. Lo afferma Mangala Samaraweera, ministro delle Finanze di Colombo, in Sri Lanka. Egli interviene per condannare l’aggressione perpetrata dai monaci il 26 settembre scorso ai danni dei 31 ospiti della struttura gestita dall’Unhcr (Alto commissariato Onu per i rifugiati) a Mount Lavinia, un sobborgo della capitale. “Da buddista – afferma – condanno questo atto di violenza, ancor più perché sono orgoglioso del fatto che il buddismo è una religione di non violenza e compassione”.

Dopo l’aggressione, l’Unhcr è stata costretta a trasferire i profughi in un luogo sicuro. Il ministro riporta che i fuggitivi erano stati trovati alcuni mesi fa su una barca alla deriva davanti alle coste srilankesi e salvati dalla Marina. Samaraweera riferisce che il salvataggio non è il primo episodio di questo tipo. Nel marzo 2008 altri profughi sono stati tratti in salvo e alloggiati nell’isola fino al 2012, quando sono stati ricollocati negli Stati Uniti. E ancora nel 2013, la Marina ha recuperato altri 170 esuli Rohingya da due barche che avevano fatto naufragio. Anch’essi sono stati affidati alle cure dell’Unhcr ed in seguito risistemati negli Usa e in Canada.

Il politico sostiene che “tutte le persone perbene di questo Paese e soprattutto i buddisti devono condannare l’azione dei monaci. Chiedo alla polizia di adottare azioni severe contro questi criminali che compiono reati contro rifugiati innocenti”.

Dello stesso parere altri cittadini buddisti che si oppongono all’assalto dei radicali. Ad AsiaNews Sirimewan Indrarathna, 58 anni, residente nella periferia di Piliyandala, afferma di essere rimasto “addolorato nel vedere i monaci e altri giovani che si definivano di ‘sangue singalese’ sventolare bandiere con il simbolo del leone. Queste persone agiscono come se non avessero religione o umanità”. Egli continua dicendo che “questi famosi personaggi diffonderanno il discorso dell’odio piuttosto che coltivare i veri valori del buddismo. I principi del buddismo affermano che i suoi fedeli devono avere cura degli altri, in particolare di coloro che hanno bisogno del nostro aiuto e protezione”.

Secondo Malarjothy, una donna tamil residente a Wellawatta, “la vera questione è perché i Maha Sanga (capi sacerdoti) rimangono in silenzio di fronte a questi meschini incidenti che arrecano grave danno al buddismo dello Sri Lanka. Ci sono tanti fedeli e monaci onesti, invece questi razzisti distruggono la buona immagine della religione. Il buddismo riunisce vite frantumate, diffonde amore e rispetto”.

Pradeep Laksiri, attivista cattolico di Negombo, dichiara che “la vita umana vale più di qualunque cosa. Tutte le religioni insegnano il rispetto di ogni vita. È vergognoso che questi radicali attacchino i rifugiati e diffondano tra di loro la paura”. Il musulmano Aadhil Ali Sabry aggiunge che “non bisogna guardare a queste vicende con la lente del razzismo. Essi sono esseri umani. Non è la prima volta che dei rifugiati raggiungono il nostro Paese. Le vittime erano in un campo dell’Onu in attesa di una destinazione”. Egli ribadisce che i musulmani dello Sri Lanka “non hanno mai chiesto alle autorità di dare il permesso ai rifugiati di rimanere nell’isola, quando ancora non sono tornate nelle proprie case tante vittime dei 30 anni di guerra civile”.

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