18/09/2009, 00.00
CINA - INDIA
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Ministro indiano: l’Arunachal Pradesh è parte integrante dell’India

Il ministro Krishna ribadisce la ferma posizione indiana sullo Stato rivendicato dalla Cina. Sui 3.500 km di confine tra i due Stati c’è poco meno di uno scontro a fuoco al giorno. I due colossi asiatici hanno interesse a convivere e crescere insieme, ma permane una “reciproca mancanza di fiducia”.

New Delhi (AsiaNews/Agenzie) – “L’Arunachal Pradesh è parte integrante dell’India… Di certo l’integrità della sovranità territoriale dell’India deve essere rispettata”. Il ministro degli Affari esteri S M Krishna in un’intervista televisiva ribadisce la ferma posizione indiana su una regione che la Cina con uguale forza rivendica come sua. Il ministro ha aggiunto che “i confini indiani sono saldi” e che “il nostro esercito è in grado di difenderli”, anche se ha aggiunto che New Delhi e Pechino sono Paesi maturi e responsabili e che confida che il dialogo e il confronto trovino una soluzione sui discussi confini tra i due Stati.

Dopo la guerra del 1962, sono tuttora incerti parte dei 3.500 chilometri di confine tra i due Stati, che cadono in gran parte lungo gli alti monti himalayani. All’epoca la Cina penetrò nell’Arunachal Pradesh (Ap) e tuttora rivendica come propria tale regione di 90mila km quadrati, di tradizione buddista, che chiama Tibet meridionale. Intanto mantiene l’occupazione su 38mila kmq nel Ladakh. New Delhi rivendica anche circa 5.180 kmq di Kashmir settentrionale, che il Pakistan ha ceduto alla Cina nel 1963.

Di recente i media hanno parlato di un aumento dei piccoli conflitti a fuoco tra i due eserciti nelle zone di confine, notizia smentita da New Delhi. Brahma Chellaney del Centro di ricerca politica a New Delhi dice che gli “sconfinamenti” cinesi sono passati da circa 140 nel 2006 a 270 nel 2008, e non sono in diminuzione.

Pechino ha soltanto detto di avere intensificato la vigilanza sui confini di Tibet e Xinjiang, dopo che nelle due regioni ci sono state grandi proteste di piazza su base etnica, e ha accusato l’India di fomentare la tensione, anche tramite “notizie inaccurate” pubblicate dai media. La Cina sostiene che non viola i confini, ma si limita a impedire che lo faccia controparte, e che l’aumento di scontri dipende dalla maggior presenza di truppe indiane nella zona. Di recente New Delhi ha inviato in Ap altre due divisioni, circa 30mila uomini.

La Cina si oppone al finanziamento per 60 milioni di dollari da parte della Banca asiatica per lo sviluppo a favore di  un progetto dell’India nell’Ap. Del pari si oppone alla prevista visita del leader tibetano Dalai Lama nel monastero buddista di Tawang nell’Ap a novembre, che ritiene una “deliberata provocazione”.

Peraltro, in questo periodo Pechino non ha interesse a una maggiore tensione, in quanto vuole rassicurare l’Occidente circa la sua affidabilità anche politica ed è concentrata sulle celebrazioni per il 60° anniversario dello Stato comunista il 1° ottobre.

A sua volta l’India ancora non ha digerito la sconfitta militare del 1962 e la questione dei confini e della dominante presenza cinese nelle zone controverse è spesso utilizzata dall’opposizione per mettere in difficoltà il governo.

Dal 2005 i due Paesi hanno tenuto 13 incontri sul problema, con nessun risultato. Per cui esperti non si attendono vere soluzioni, almeno nel periodo corto e medio. Anche perché i due Stati negli ultimi anni hanno entrambi riaffermato la legittimità delle rispettive posizioni. Di certo le due parti non intendono permettere che questo incrini i loro crescenti rapporti commerciali, che nel 2010 si prevede portino a scambi commerciali bilaterali per 60 miliardi di dollari.

Cheng Ruisheng, ex ambasciatore in India e ora consigliere di Pechino per i rapporti con gli Stati vicini, osserva che “il vero problema tra Cina e India non sono la questione del confine, né quella del Tibet, ma la mancanza di reciproca fiducia”.

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