02/10/2010, 00.00
CAMBOGIA
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Missionario PIME: Ciò che mi trattiene a Prey Veng

di Alberto Caccaro
P. Alberto Caccaro, da 10 anni in Cambogia, racconta una giornata della sua missione: la bambina idrocefala, la superstizione dei parenti, la forza e la presenza di Gesù che guarisce tutto l’uomo. Proprio ieri p. Alberto ha ricevuto una medaglia d’oro dal governo per l’opera che sta compiendo nel mondo dell’educazione (Cfr. AsiaNews.it, 10/05/2010 Missionario del Pime: la scuola, per ricostruire la società cambogiana).
 
Prey Veng, 1 ottobre 2010,
Memoria di Santa Teresa di Gesú Bambino
 
Non ci sono distanze col Cielo. (...)
E anche nel sangue, nella morte assurda
non ci sono intenzioni taciute,
non c’é ragione che non sia l’Amore”.[1]
 
Qualche settimana fa siamo stati chiamati da una famiglia che vive in aperte risaie, a 40 chilometri a nord-est di Prey Veng. Quando riceviamo queste segnalazioni, sappiamo giá che si tratta di un malato o di una particolare situazione di bisogno. Ho quindi chiesto a suor Marie di andarci al mio posto. Lei é infermiera e ha le competenze per valutare questi casi.
 
Arrivata al villaggio, ha incontrato una bimba di otto mesi, affetta da idrocefalia. Insieme alla bimba, i nonni ed un manipolo di altri bambini. I genitori invece, secondo la parola dei nonni, pare siano andati all’estero a cercar lavoro, per far fronte alla situazione della loro bambina. Ma non sappiamo se in Thailandia o Malaysia e comunque, fino ad oggi, nessuna notizia, nessun aiuto. La bambina stava bene: solo il peso della sua testa, troppo grande per il suo corpicino.
 
Grazie a Dio a Phnom Penh, Paola, missionaria laica, é sempre pronta a rispondere alle nostre richieste. Abbiamo quindi portato la bambina da lei per ulteriori accertamenti. Chissá per quale strano, quanto comune fenomeno naturale, al villaggio non pioveva da tempo. I contadini aspettavano l’acqua con ansia per poter cominciare a coltivare le risaie. Portata la bimba a Phnom Penh, al villaggio ha cominciato a piovere ...
 
E’ stato inevitabile per la gente associare la caduta della pioggia alla partenza della bambina. Forse era lei la causa della maledizione che tratteneva il cielo dal piovere. Non mi soffermo sul senso di tale interpretazione, riconducibile ad un animismo ancora molto diffuso, dove tutto é spesso sotto il segno della sventura o di una pena da espiare, e non giudico tale considerazione sotto il profilo della teologia o della scienza. Il mio livello e molto piu viscerale, il mio impeto muove dal cuore, dal cuore in tutta la sua immediatezza, che grida insieme a tutti i poeti l’unica essenziale veritá: “non c’é ragione che non sia l’Amore”.
 
Questo grido, questo profondo impeto del cuore é la mia evangelizzazione. Nella morte assurda. O nella nascita assurda, come forse diremmo di fronte a quella bimba, “non ci sono intenzioni taciute, non c’é ragione che non sia l’Amore”.
 
E’ tutto quello che ho da dire a quei due nonni e alla gente del villaggio:“non ci sono intenzioni taciute, non c’é ragione che non sia l’Amore”. E vorrei incoraggiarli ad aver cura della bambina, segnalando un livello piú profondo, oltre il disprezzo, la rassegnazione o la condanna nei loro confronti o, peggio ancora, nei confronti della bambina: Non chiederti il perché / del dolore, del male. / E’ successo qualcosa in principio, di cui / non vuol parlare Dio stesso. / Mandò suo figlio a rimediare. / E basta. / Nessuno saprà mai[2].
 
Vorrei poter dire che Gesú non ha spiegato, non ha cancellato il male, ma lo ha patito ed é venuto a rimediare. Per questo non si é mai stancato di dire: “Non temere, non avere paura, non piangere, non disperare. La tua fede ti ha salvato”. Leggete i vangeli. E’ tutto cosí chiaro. Gesú non ha spiegato il male. Ha cominciato a rimediare ed é sempre intervento per curare e, a volte, guarire. L’evangelizzazione é prendersi cura di.
 
Quello che mi trattiene qui a Prey Veng, infatti, non sono solo le affermazioni teologiche su Gesú come unico Salvatore e sul fatto che fuori di Lui non c’é salvezza. Credo tutto ció. Ma quel che mi convince a restare e mi fa continuamente commuovere di fronte al reale é il modo che Gesú ha di esaltare l’uomo, di rimediare l’uomo, tutto l’uomo. Anche la nostra bambina, che non fa cadere la pioggia, ma puó far ac-cadere la Grazia. E nel suo inerme silenzio, ci parla.
 
Spesso la mia testa, il mio cuore e i miei pensieri vanno in corto circuito. Non ho ragioni sufficienti per spiegare tutto quello che accade e per resistere di fronte alle piccole e grandi contraddizioni, personali e collettive. Allora devo mettermi a scrivere. Smetto di parlare e comincio a scrivere. E quando scrivo, non sono piú io che parlo o comando, ma é Prey Veng che comincia a parlarmi. Le tante storie che incontro, le persone con cui vivo, cominciano a parlarmi. Solo quando ho veramente deciso di tacere. Diversamente manipolo la realtá, gli altri, solo per dire di me. E questo riduce di molto il campo visivo ... Lo dicevo anche alle ragazze venute dall’Italia con Giovani e Missione: “Abbiate pazienza, datevi e date tempo alle cose, ai luoghi, prendetevi una pausa da voi stesse, mettetevi ad ascoltare, allora Prey Veng comincerá a parlarvi, si fiderá di voi. E piano piano vi accorgerete che la realtá giá custodisce il vostro sogno”. Ma ci vuole tempo.
 
Mi piace quello che dice Herta Muller, Nobel 2009 per la Letteratura: “Ogni volta che scrivo è perché ho raggiunto il punto in cui non so più cosa fare, come comportarmi con me stessa e con ciò che mi circonda. Non sopporto più i miei sensi. Non sopporto più il mio rimuginare. Si è talmente ingarbugliato tutto che non so più dove cominciano e dove finiscono le cose esterne. Se sono in me o io in loro. Si staccano pezzi di mondo come se avessi ingoiato tutto quello che non posso portare”. Si, a volte non sopporto piú i miei sensi. Non so piu se quella bimba o quella storia é in me o io in loro. E’ come un unico destino.
 
Allora, qui, divento un mendicante. Faccio silenzio, mi confesso e mi inginocchio per implorare la sua Presenza. E’ il momento della fede che salva e capisco che “siamo chiamati a guardare tutte le cose con una Presenza dentro lo sguardo. Poiché avendo dentro l’occhio questa Presenza non si riduce il campo visivo che ha come oggetto l’altro, ma é un modo diverso ed esauriente di vedere ‘tutto’ l’altro”.[3]
 
Qualche giorno fa chiacchierando con un confratello sul senso della missione di noi preti, sulle cose da fare, dicevo che dobbiamo semplicemente preoccuparci di essere ‘padri’. Cosí infatti ci chiamano. Non solo padri nella chiesa. Padri anche fuori. Padri nella societá. Padri per tutti i figli di Dio.
 
Affido alla vostra intercessione, e all’intercessione di persone infinitamente care che ci hanno giá preceduto al cospetto di Dio, la nostra piccola comunitá, la chiesa di San Benedetto, l’asilo, la scuola, le tante storie belle che Dio mi racconta.
 
Questa mattina abbiamo partecipato alla celebrazione ufficiale di apertura del nuovo anno scolastico con tutte le scuole di Prey Veng. Le autoritá mi hanno consegnato una onorificenza pubblica per il lavoro svolto finora. Ringrazio tutti di cuore, ma non nascondo una certa preoccupazione: il Potere fa sempre cosi. Ti promuove, ti premia, ti arruola. Ma non importa. Dobbiamo camminare insieme: “tutto é pazienza e attesa / che ribalti la pietra pasquale / il lato tombale delle cose / dall’altra parte il vero disegno / il volto luminoso / il regno il regno il regno” (Bartolo Cattafi).
 
Allora mi tengo stretto a Lui: “La sua compagnia e la sua Presenza decidono perció della percezione che uno ha di se e della realtá”.[4]
 
A presto,
padre Alberto
 
 
[1]Giuseppe Centore, Ladro d’eternitá, Panda, Padova 1986, p. 51.
[2]Renzo Barsacchi, Marinaio di Dio, Nardini, Firenze 1985, p. 73.
[3] Luigi Giussani, Alla ricerca del volto umano, Rizzoli, Milano 1995, p. 76.
[4] Idem , p. 72.
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