27/06/2012, 00.00
MONGOLIA

Mongolia al voto: in ballo economia e stato sociale

I maggiori sfidanti sono il Partito democratico, di centrodestra, e gli ex comunisti del Partito del popolo. In netto vantaggio il primo, che predica una politica fiscale leggera a sostegno delle imprese e del business privato. Il presidente, democratico, vuole anche il controllo del Parlamento. Le industrie minerarie attendono con il fiato sospeso.

Ulaan Baatar (AsiaNews) - La Mongolia si prepara alle elezioni generali di domani 28 giugno, quando il Partito del popolo (ex partito comunista) sfiderà il Partito democratico per mantenere la propria supremazia in Parlamento. In ballo non c'è soltanto il potere esecutivo ma anche una grossa fetta dello sviluppo economico del Paese: i "popolari" vogliono infatti ribaltare una legge imposta dal presidente Tsakhia Elbegdor (democratico) che impone il controllo dell'esecutivo su tutte le transazioni sopra i 75 milioni di dollari.

Al momento i "popolari" sembrano in netto svantaggio. Un sondaggio li posiziona 14 punti percentuali sotto gli sfidanti: il 42 per cento dei mongoli si è dichiarato democratico, mentre solo il 28 ha espresso simpatie per gli ex comunisti. Di fatto pesano i 70 anni di governo comunista del Paese, che lo ha mantenuto in uno stato economico primordiale: i democratici, di centrodestra, sostengono invece una bassa tassazione e pieno sostegno alle industrie e al business privato.

In questo senso le elezioni del 28 giugno sono fondamentali per i colossi del settore minerario: gli investimenti esteri nel settore, che rappresentano il 62 per cento del Pil nazionale, sono arrivati a 8 miliardi di dollari solo l'anno scorso

Il presidente Elbegdor, in un'intervista al Financial Times, ha dichiarato di essere pronto a ricevere suggerimenti per migliorare la legge sul controllo del denaro in entrata, ma ha aggiunto che "si deve evitare il rischio di corruzione vista l'elevata circolazione di denaro e i grossi interessi in gioco". Le imprese dell'estrazione temono peraltro un periodo di incertezza dopo le elezioni parlamentari perché già nel 2008 la tornata elettorale senza un chiaro vincitore aveva fatto esplodere proteste nella capitale.

 

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