25/10/2019, 14.43
VATICANO
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Mons. Frigeni: Non privare della gioia del Vangelo i popoli dell’Amazzonia

di Mons. Giuliano Frigeni

Il vescovo di Parintins (Brasile) sottolinea alcuni frutti di questo Sinodo. La presenza di papa Francesco. Salvare la natura in Amazzonia in funzione dei popoli indigeni, che ne sono i custodi. L’evangelizzazione non è colonizzazione, ma amore alle culture per comprendere il modo in cui offrire la novità della croce e della resurrezione di Gesù Cristo.

Città del Vaticano (AsiaNews) – Lo scopo più importante di questo Sinodo sull’Amazzonia è “non privare questi popoli della gioia del Vangelo”. Così mons. Giuliano Frigeni, vescovo di Parintins (Brasile) sintetizza la sua esperienza di padre sinodale. In questa sua riflessione, a poche ore dalla conclusione del grande raduno, egli apprezza la fraternità e la paternità di papa Francesco, come pure il suo insegnamento di mettere i popoli al centro del dibattito sull’ecologia e le foreste amazzoniche. Dalla sua esperienza, e da quella del Pime (Pontificio Istituto Missioni estere), a cui egli appartiene, mons. Frigeni rivendica la bontà dell’evangelizzazione portata avanti da laici celibatari e sacerdoti, che ha avuto ricadute benefiche sulla società amazzonica: un correttivo alle presentazioni unilaterali dell’evangelizzazione come colonialismo.

 

L’esperienza più bella che io ho fatto nel Sinodo è guardare l’atteggiamento di papa Francesco. È stato sempre con noi, ascoltandoci, permettendoci di assimilare lo sguardo che egli ha sulla Chiesa nel mondo e in particolare in Amazzonia. Ci ha anche richiamati alla cosa più importante del Sinodo: non privare questi popoli della gioia del Vangelo.

Anche il suo sguardo sull’ecologia è importante. L’Amazzonia è un’area piena di risorse che viene umiliata dal super-sfruttamento degli uomini, che portano anche danni e violenze alle popolazioni indigene.

Come è chiaro anche dalla “Laudato si’”, noi difendiamo la natura amazzonica non per sé stessa, ma al servizio dei popoli che la abitano, che sono i custodi di questa terra che essi chiamano “madre”, perché la ricevono come un dono da Dio.

Il papa vuole che noi amiamo le loro culture perché comprendiamo la via per offrire loro la novità del cristianesimo. Questo permette di non demonizzare tali culture, ma di valorizzare quanto di buono hanno questi popoli, apprezzando il loro contributo nella comunità brasiliana e mondiale. Troppe volte la cultura brasiliana guarda alla cultura india come qualcosa di superato e inutile. E anche gli indios si sentono umiliati e inutili.

Il cammino dell’incarnazione dei popoli passa attraverso la passione e la croce del Signore. Questo è il centro della questione: lavorare per l’incontro fra queste culture e il Vangelo.

A questo incontro lavorano sacerdoti consacrati, ma anche catechisti straordinari nella loro umanità. Da questo punto di vista, non c’è bisogno di ordinare uomini sposati o suore: i laici fanno già moltissimo così come sono.

Infine, vale la pena sottolineare un fatto: nell’Instrumentum Laboris si parlava dell’evangelizzazione che è giunta con la colonizzazione, tanto da far sembrare l’annuncio del vangelo una specie di colonizzazione. Nell’esperienza del Pime (Pontificio Istituto Missioni Estere), sono evidenti due aspetti: nell’Amapà, o nell’Amazzonia brasiliana, l’evangelizzazione è nata da persone consacrate laiche. Ricorderò qui il fratel Francesco Galliani che non solo ha diffuso il Vangelo, ma ha anche organizzato metodi e strutture sanitarie per sconfiggere la lebbra. E ora a Parintins non vi è più lebbra. Altro che colonizzazione! Attraverso questi laici la Chiesa è davvero missionaria e evangelizzatrice.

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