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» 20/08/2004 16:51
iraq
Moqtada al Sadr e l'abbaglio dell'Europa e degli arabi
di Bernardo Cervellera

Intervista a Saywan Barzani, responsabile in Europa del Governo regionale del Kurdistan



Parigi (AsiaNews) – L'Europa e i Paesi arabi fanno di Moqtada al Sadr un eroe della resistenza. Per gli irakeni e perfino per le comunità sciite è solo una persona "malata" da compatire e da bloccare. Saywan Barzani, responsabile in Europa del Governo regionale del Kurdistan, accusa l'occidente e i paesi arabi di avere secondi fini nel presentare un'aura splendente la lotta di Moqtada al Sadr. In occidente l'antiamericanismo, la competizione economica, i problemi politici spingono a utilizzare il terreno dell'Iraq per "regolare i loro conti interni". Non è risparmiata nemmeno l'Italia, che al tempo di Saddam vendeva le armi. Attualmente, la sinistra italiana "si oppone al nuovo Iraq perché vuole far cadere Berlusconi". Nei paesi arabi cresce invece la paura verso un paese democratico e ricco come il nuovo Iraq. Le ultime notizie da Najaf dicono che Moqtada al Sadr ha consegnato il mausoleo dell'Imam Alì in mano ai religiosi sciiti locali, sotto il beneplacito di Al Sistani, il grande ayatollah, a Londra per cure cardiache. Ma non è ancora chiaro se Moqtada al Sadr accetta di disarmare la sua milizia, come richiesto ripetutamente dal governo Allawi. In tutti questi mesi Al Sadr ha cambiato di continuo la sua politica verso il governo irakeno.

 

Quali sono le intenzioni di Moqtada al Sadr e che  sostegno ha da parte degli irakeni?

Il sig. Moqtada al-Sadr aveva un padre molto conosciuto che è stato ucciso dal regime irakeno di Saddam Hussein. Rappresenta la corrente dell'islamismo politico sciita. Il figlio è un giovane che non ha molto carisma; quando parla, bisogna aspettare delle ore per trovare una frase che abbia senso. Egli fa parte della gioventù che vuole imitare gli sciiti hezbollah; quelli che lo seguono sono in genere tutti 20enni. Sono della gente  perduta, smarrita, dei diseredati, non sono dei resistenti. Tutta la popolazione di Najaf è contro di loro. Il consiglio degli ayatollah è contro; la maggioranza dei Margia'a[la leadership spirituale sciita – ndr] è contro; la più parte di loro ha lasciato la città per non avere niente a che fare con questi banditi. Quel che è evidente è che sono sostenuti dall'estero. Sono stati anche addestrati a fare questo. Dal punto di vista militare, politico e perfino psicologico essi sono il frutto dell'addestramento del regime di Saddam. Il  regime nelle scuole non distribuiva libri, ma armi. Dalla mattina alla sera la gente doveva cantare le canzoni della sua gloria, doveva andare ad addestrarsi per i conflitti futuri; le poesie in arabo esaltavano la violenza e la guerra, mai all'amore: tutto era per uccidere, per tagliare la testa a qualcuno. Perfino i libri di testo distribuivano una cultura di morte e di violenza.

Questo tipo di educazione subita per quasi 30anni ha prodotto ferite e enormi problemi psicologici: questi giovani di al-Sadr non sono normali, hanno bisogno di essere curati. In Iraq ci sono molti problemi da risolvere. Ma non si tratta di resistenza, di nuovi programmi: si tratta solo di persone dissestate, diseredati, manipolate e perfino drogate.

Il sig. al-Sadr, si vede bene, vuole imitare l'ayatollah Nasrallah degli hezbollah. Vuole essere come suo padre, ma il figlio non è per nulla uguale al padre.

Il nuovo governo ha spesso proposto condizioni e soluzioni. Ma al-Sadr talvolta dice che accetta, altre volte no…

Le ho detto che in Irak vi sono molti problemi mentali e psicologici, e il sig. al-Sadr è all'interno di questi problemi. Se osserva i suoi discorsi, si accorge che è piuttosto…destabilizzato a causa di tutto quello che ha subito: suo padre ucciso, cresciuto nell'odio,…

Ma cosa succederà a Najaf, divenuta il banco di prova per il nuovo Iraq?

Najaf è la capitale dello sciismo; vi è la tomba di Alì, venerata da 100 milioni di sciiti nel mondo intero. Bisogna dare la sicurezza a questa città e liberarla da questi gruppi. Gli abitanti sono usciti dalla città; molti politici sciiti in Iraq non osano dirlo con chiarezza, ma l'unica soluzione è la dissoluzione di questo esercito del Mahdi. Un altro segno della follia di Moqtada al Sadr è questa: lui dice che quell'esercito non è il "suo" esercito, ma quello del Mahdi, l'Imam nascosto che sta per ritornare. Nell'attesa, l'Imam nascosto gli permette di custodire questi uomini armati. Si sentono davvero delle cose curiose in questi tempi!

Nei media arabi si cerca di  dare a lui molto spazio, mostrandolo come un resistente, antiamericano, ma se si ascoltano le sue parole, e si guarda a quello che fa, sembra più un bambino capriccioso che gioca, non certo una persona seria.

Perché in occidente si dà tanto valore alla cosiddetta "resistenza" di Moqtada al-Sadr?

In Europa ci sono tre motivi: anzitutto un anti-americanismo primario, che spinge a criticare tutto quanto fanno gli americani. Poi c'è anche la gelosia: l'Europa guadagnava molto ai tempi di Saddam Hussein e ha visto con dispiacere il suo naufragio. Saddam dava loro miliardi di dollari e questi paesi lo sostenevano. Infine vi è la sinistra europea. In Italia, per esempio, per opporsi al governo di Berlusconi, che ha inviato truppe in Iraq, la sinistra italiana si oppone al nuovo Iraq perché vuole far cadere Berlusconi. Nel mondo tutti vogliono regolare i loro conti interni o contro gli Stati Uniti  sulle spalle del popolo irakeno. Per 30 anni nessuno si è mai preoccupato: c'è stato il genocidio dei kurdi; la sparizione di 1,3 milioni di persone, per la maggior parte seppellite vive nel deserto;  più 2 milioni di morti durante le guerre lanciate dal regime…Le guerre facevano guadagnare l'occidente: le mine da terra seppellite nel Kurdistan sono "made in Italy"; le armi chimiche erano "made in Germany"; gli aerei da bombardamento erano "made in France"… Nessuno diceva nulla perché tutti ci guadagnavano con la vendita di armi. Oggi che l'Iraq tenta di far nascere un piccolo stato democratico, tutti i paesi sono contro. Anche i paesi arabi vicini, che sono delle dittature personali, non sopportano questa vicinanza… democratica.

Dalla caduta di Saddam, c'è qualche progresso nel rapporto con i paesi arabi vicini e con alcuni paesi dell'occidente?

Non è cambiato nulla. I paesi vicini rimangono sospettosi del regime democratico in Iraq. In Iraq adesso vi sono 400 giornali; in Medio Oriente la stampa non è libera. Noi abbiamo decine di catene televisive, decine di partiti politici; il salario è aumentato fino a 400 dollari al mese (era 2-14 dollari al tempo di Saddam): questo non piace perché è il contrario dell'ambiente in cui vivono: stato di urgenza, povertà, dittatura, sottomissione. La maggior parte dei kamikaze che si fanno uccidere viene dai paesi vicini; la maggior parte delle bombe esplose in Iraq viene da questi paesi. Grazie a Dio adesso che il governo irakeno ha preso in mano le competenze della sicurezza, le frontiere sono più vigilate e sicure.

Per l'Europa, tutto dipende dall'opinione pubblica e questa è guidata dai media. Quando c'è una bomba in una via di Baghdad, gli altri 88 quartieri della città non sanno cosa succede. Il Kurdistan che è tutto calmo; la maggior parte delle città irakene sono calme. E nessuno ne parla dello sviluppo dell'economia, della democrazia politica. I media si riducono a parlare della bomba, di Moqtada al Sadr, di un criminale baathista ma mai con il resto dei 24 milioni di abitanti.

Il ruolo dei media e il loro silenzio è stato importante anche al tempo di Saddam Hussein quando vi erano 3,5 milioni di vittime; il regime era il più sanguinario del mondo. E adesso tutti si lamentano della presenza degli americani. Nessuno di noi vuole che gli americani occupino l'Iraq, ma per noi irakeni, l'occupazione violenza era quella di Saddam Hussein. Non è perché egli era irakeno, allora è meglio. Adesso che possiamo costruire il nuovo Iraq, i media continuano a fare campagne mediatiche contro di noi. E questo è chiaro se si vede cosa succede in Europa.


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