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  • » 14/12/2017, 12.26

    MYANMAR

    Msf: uccisi 6,700 Rohingya. Buddista del Rakhine: ‘Un’indignazione di parte’



    Il 69% morto per colpi di arma da fuoco, il 9% per incendi dolosi, il 5% per pestaggi a morte. Tra le vittime anche 730 bambini di età inferiore ai cinque anni. Secondo la Croce Rossa, sono 300mila i Rohingya rimasti in Myanmar. Giovane buddista nativo del Rakhine: “La crisi trattata dai media in modo fazioso”.

    Naypyitaw (AsiaNews) – Almeno 6.700 Rohingya sono rimasti uccisi durante le violenze scoppiate lo scorso agosto nello Stato occidentale del Rakhine. È quanto dichiara l’organizzazione umanitaria internazionale Médecins sans frontières (Msf), sulla base di indagini condotte nei campi profughi allestiti in Bangladesh. Secondo l’ong, il numero delle vittime è molto più alto rispetto alla cifra ufficiale di 400 morti, la maggior parte dei quali “terroristi bengali” dell’Arakan Rohingya Salvation Army (Arsa), fornita in precedenza dal governo del Myanmar. Msf afferma che il dato costituisce “l'indicazione più chiara della diffusa violenza” delle autorità birmane, che ha costretto “oltre 647mila musulmani a fuggire” dal Rakhine. L’organizzazione ha rilevato che almeno 9mila Rohingya sono morti in Myanmar tra il 25 agosto e il 24 settembre. “Secondo le stime più prudenti” di Msf, almeno 6,700 di queste morti sono state causate da violenze. Il 69% di esse sarebbero avvenute per colpi di arma da fuoco, il 9% per incendi dolosi, il 5% per pestaggi a morte. Nel computo delle vittime rientrano anche 730 bambini di età inferiore ai cinque anni. Più del 59% di essi è stato ucciso dagli spari, il 15% morto nelle fiamme, il 7% percosso e il 2% vittima dell’esplosione di mine.

    Dominik Stillhart, direttore delle operazioni al Comitato internazionale della Croce Rossa, unica organizzazione internazionale con ampio accesso in Rakhine, ha dichiarato ieri che al momento “in pratica nessun musulmano ha fatto ritorno a casa”. Secondo le stime dell’organismo internazionale, sono 300mila i Rohingya rimasti in Myanmar, mentre “circa 300 attraversano ancora il confine ogni giorno, soprattutto a causa della paura e dell'ansia per il futuro”. Stillhart ha anche dichiarato che “la zona non sembra molto militarizzata in questo momento e non vi sono indicazioni che le truppe o la polizia stia limitando i movimenti delle persone”.

    Intervistato da AsiaNews, Hla Khine, giovane buddista nativo del Rakhine, afferma: “Il governo ha già avviato i programmi di ricostruzione dei villaggi distrutti dalle violenze. Tuttavia, noi dei gruppi etnici locali non vogliamo più vivere con i musulmani. Sono anni che subiamo le loro provocazioni e violenze, ma di questo nessuno ne parla”. Il ragazzo critica il modo in cui i media internazionali trattano la crisi umanitaria: “Ascoltano solo i racconti dei musulmani. Il problema è che il Myanmar è debole e non può contrastare la forza mediatica dei grandi mezzi d’informazione finanziati dai fondi arabi, che ovviamente sono di parte”.

    Hla Khine nega che le recenti tensioni abbiano motivazioni di carattere religioso o economico. Egli dichiara: “Le radici del conflitto sono complesse, il problema non è la religione. In Myanmar vi sono milioni di islamici, che vivono in pace e non creano problemi. I musulmani del Rakhine vogliono però creare una regione islamica nelle nostre terre. Essi sfruttano la fragilità del confine con il Bangladesh [il fiume Naf, ndr], Paese di cui sono originari, per entrare ed uscire dal Rakhine e fare come vogliono. Inoltre, la loro popolazione cresce a dismisura e reclamano spazio. Anche l’insistenza con cui pretendono di esser chiamati ‘Rohingya’, anziché ‘Bengali’, è funzionale al raggiungimento dello scopo. Con il riconoscimento etnico, pensano di poter avere più leva per le loro rivendicazioni territoriali. Inoltre, la storia della negazione della cittadinanza da parte del nostro Stato è distorta. Sono loro che si rifiutano di inserire il termine ‘bengali’ nei documenti, cosa che invece i tanti cittadini di origine indiana hanno fatto tranquillamente. Al confine con la Thailandia vi sono nove campi profughi per gli sfollati dei conflitti tra le milizie etniche e l’esercito birmano. Vi si trovano migliaia di profughi Shan, Mon, Chin, Kachin, tutte etnie, loro sì, native del Myanmar. Anche a loro viene negata una carta d’identità, ma per loro il mondo non si indigna…”.

    Il ragazzo condivide i timori di molti tra i gruppi etnici locali per un piano islamista nella regione: “Anzitutto, gli attacchi di agosto sono veri e propri ‘atti di terrorismo’. In secondo luogo, sono chiari i legami dell’Arsa con le organizzazioni internazionali del terrore. L’epicentro delle violenze [i villaggi di Maungdaw, Buthidaung e Rathedaung, ndr], sono una roccaforte musulmana nel Rakhine, noi locali siamo solo il 2-3%. Sono anni che i terroristi cercano reclute tra i giovani della zona. Quattro capi villaggio musulmani sono stati uccisi per aver denunciato il fatto alle autorità. Ci sono organizzazioni che li sostengono, che finanziano il loro ingresso nel Paese ed il ricollocamento nelle grandi città. Ad esempio, mi è stato riferito che sono disposti a pagare 1milione di kyat (625 euro circa) a persona per farsi portare a Yangon”.

    Nel frattempo, Naypyitaw si impegna per l’attuazione delle direttive della Commissione consultiva sul Rakhine condotta da Kofi Annan, attraverso programmi di sviluppo economico. Inoltre, il Myanmar ha sottoscritto con il Bangladesh accordi per il progressivo rimpatrio dei profughi.

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