07/07/2021, 10.42
LIBANO - VATICANO
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Nè vincitori né vinti: la formula del papa per la crisi libanese

di Fady Noun

Per il patriarca Raï l’incontro in Vaticano del primo luglio ha un valore profetico. In programma nei prossimi giorni incontri con il presidente Aoun e il premier incaricato Hariri. Necessario ricostruire “un Libano di tutti i libanesi”. Mons. Mazloum: “Perché una pace sia duratura bisogna che essa si fondi sulla giustizia”. 

Beirut (AsiaNews) - È con una coscienza rinnovata del senso della presenza cristiana Libano e della sua importanza che il patriarca maronita Beshara Raï ha detto di essere tornato dalla Giornata di riflessione e preghiera del primo luglio in Vaticano. Interrogato il 2 luglio da una decina di corrispondenti della stampa francese (sotto embargo sino al 4 luglio) e dietro iniziativa di L’Œuvre d’Orient, il porporato ha affermato di essere rientrato nel Paese “armato” della parola del papa. 

Domenica, nella sua omelia, parlando a nome di tutti i patriarchi che hanno partecipato alla giornata di riflessione e preghiera, il capo della Chiesa maronita ha ribadito che alle parole del papa “noi ci siamo sentiti pervadere da una forza calata dall’Alto e destinata a guarire il nostro Paese”. Secondo mons. Mounir Khairallah, vescovo maronita di Batroun, tutti i patriarchi che sono venuti in Vaticano si sono mostrati sensibili all’accoglienza e al senso di organizzazione che ha contraddistinto l’incontro, unito all’ascolto riservato loro dal Santo Padre. 

Galvanizzato da questa iniziativa che egli definisce “profetica”, il patriarca Raï assicura che la metterà in pratica subito e con metodo. Per cominciare, il patriarca maronita dovrebbe incontrare nei giorni a venire il capo dello Stato Michel Aoun e il primo ministro incaricato, Saad Hariri. “Il Libano - ha affermato il patriarca - non è morto, ma è gravemente malato. Tutti i Paesi del mondo, compresa la Francia e quelli dell’Europa orientale, hanno sperimentato momenti di tenebra politica, economica, sociale o finanziaria. Noi siamo cristiani, noi crediamo che dopo le tenebre giunga l’aurora. Noi crediamo fermamente di poter ricostruire il Libano”. 

Nello spirito e in linea con tutti i suoi predecessori, quello che il patriarca Raï intende ricostruire è il Libano di tutti i libanesi. “Un Libano cristiano non ha senso. E nemmeno un Libano musulmano”. Ha senso “un Libano della convivenza. Vogliamo trasmettere al mondo un messaggio di umanità”. Nella sua omelia di domenica scorsa, egli si è spinto ancora più lontano: “Il Libano è un progetto di incontro con Dio e il suo dramma attuale è impossibile da risolvere con i mezzi ordinari”. 

Nel suo discorso davanti ai patriarchi d’Oriente, il papa ha glissato su una frase che potrebbe essere una delle chiavi di questo regolamento “soprannaturale”: “Assicuriamo dunque ai fratelli e sorelle musulmani, e delle altre religioni, apertura e disponibilità a collaborare per costruire la fraternità e per promuovere la pace”. Quest’ultima “non richiede né vincitori né vinti, ma dei fratelli e delle sorelle che, malgrado le incomprensioni e le ferite del passato, possano camminare dal conflitto all’unità”.

Così facendo, il pontefice ha citato il discorso che aveva pronunciato all’epoca dell’incontro interreligioso nella piana di Ur dei Caldei, in Iraq, il 6 marzo scorso: “Non ci sarà pace senza popoli che tendono la mano ad altri popoli. Non ci sarà pace finché gli altri saranno un loro e non un noi. Non ci sarà pace finché le alleanze saranno contro qualcuno, perché le alleanze degli uni contro gli altri aumentano solo le divisioni. La pace non chiede vincitori né vinti, ma fratelli e sorelle che, nonostante le incomprensioni e le ferite del passato, camminino dal conflitto all’unità”. 

“Non possiamo fare la pace fra un vincitore e un vinto” racconta il vicario patriarcale maronita mons. Samir Mazloum. “Perché una pace sia duratura - aggiunge - bisogna che essa si fondi sulla giustizia e che i diritti di tutti i protagonisti siano riconosciuti e accordati”. 

La formula “né vincitori, né vinti” è sorta in diversi momenti della vita politica del Libano, per creare un clima favorevole a un compromesso fra due campi antagonisti. Utilizzata in tempo di crisi grave, essa ha permesso di concludere delle “paci dei coraggiosi” senza vincitori, né vinti. 

Il patriarca ha approfittato del colloqui con i giornalisti francesi per esortare di nuovo la comunità internazionale ad agire rapidamente per “liberare il Libano”. “Il Libano può svolgere il suo ruolo unificatore, di pacificatore, solo se libero da ogni ingerenza esterna” ha assicurato in un ragionamento che riecheggia il principio di “neutralità” o non allineamento sui vari assi regionali che il patriarca difende da tempo. 

Sulla presenza in Libano dei rifugiati siriani e palestinesi, il patriarca è stato chiaro e piuttosto innovatore. In opposizione alla soluzione dei due Stati, che il Vaticano continua a difendere “in considerazione della progressiva frammentazione della Cisgiordania da parte dei coloni israeliani”, il patriarca ha difeso l’idea che “ai palestinesi nei campi profughi del Libano sia permesso di ricostruirsi una vita” in altre nazioni del mondo.

Per quanto riguarda i rifugiati siriani, mutuando le lezioni del precedente palestinese che, 74 anni dopo la divisione della Palestina non sono ancora riusciti a dirimere la controversia, egli ha difeso l’idea di un ritorno di questi rifugiati. “Altrimenti - ha sottolineato - creeranno un grosso problema, perché sono tutti sunniti”. “Se restano, addio Libano!”, ha aggiunto, prevedendo che la loro permanenza sconvolgerà l’equilibrio demografico tra cristiani e musulmani su cui si basa il Paese, soprattutto in considerazione del numero di giovani di tutte le comunità, in particolare cristiani, che guardano all’emigrazione.

In merito a una possibile visita in Libano di papa Francesco nel 2022, il patriarca ha voluto di nuovo avvertire che “non vi sarà alcuna visita del papa se non ci sarà un governo!”. Siamo noi, ha tagliato corto su questo punto, “che annulliamo la visita del Santo Padre!”.

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