22/02/2006, 00.00
India
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Nazionalisti indù: conversioni al cristianesimo, "un'offesa" e "terrorismo" culturale

di Nirmala Carvalho

I movimenti nazionalisti indù chiedono una nuova e più severa legislazione per "fermare le conversioni al cristianesimo". Teologo verbita: "Solo una mossa politica. Usano con gioia i servizi medici e le scuole dei missionari ma si sentono quasi obbligati ad attaccarli".

Guwahati (AsiaNews) – E' "solo un'altra mossa politica" la proposta fatta dal Bharatiya Janata Party - Bjp, il più grande partito politico indiano, di impronta nazionalista - che ha chiesto "con urgenza" al governo centrale indiano una legge "per impedire le conversioni al cristianesimo".

Padre Augustine Kanjamala, teologo verbita ed insegnante di Sociologia della religione, spiega così ad AsiaNews l'ultimo attacco lanciato dai nazionalisti indù, che "periodicamente si sentono costretti ad attaccare il cristianesimo, il loro miglior nemico". "E' una politicizzazione della religione – aggiunge - ed è la strada con cui il Bjp spera di trasformare i sentimenti di nazionalismo indù che ancora vivono nei cittadini indiani in voti".

La richiesta al governo è stata formulata da Rajnath Singh, presidente del Partito, durante una manifestazione che si è svolta domenica scorsa nella capitale dello stato orientale dell'Assam. "Vi è una minaccia in questa nazione – ha detto durante il suo discorso – e proviene dai missionari cristiani che, con la scusa dello sviluppo e delle attività sociali, convertono alla loro religione soprattutto i poveri delle aree tribali".

Singh, presente alla manifestazione per inaugurare la campagna elettorale del Bjp in vista delle elezioni politiche di aprile, sostiene che le "conversioni al cristianesimo su larga scala minacciano l'essenza socio-religiosa dell'India". "Abbiamo avvertito – ha aggiunto - tutti gli stati governati dal nostro Partito: non devono permettere alcun tipo di conversione al cristianesimo".

"E' illogico – commenta p. Kanjamala - perchè tutti loro approfittano con gioia delle strutture sociali, mediche ed educative, dei missionari: arrivati a questo punto, però, si sentono obbligati a difendere la loro identità".

Lo stesso appello è stato lanciato dai vertici del Viswa Hindu Parishad – Vhp, formazione paramilitare giovanile di nazionalisti indù - che hanno chiesto una "legislazione chiara" sull'argomento, che definisca ogni "passaggio" religioso "un'offesa" e come tale punita. L'appello è stato rivolto al governo durante un pellegrinaggio di due giorni a Puri, santuario indù nello stato orientale dell'Orissa. Il Vhp chiede "a tutti i partiti di unirsi, senza distinzione politica" per portare avanti questa battaglia "in nome dell'unità, integrità e sicurezza dell'India".

Sempre nel corso del pellegrinaggio, i nazionalisti indù hanno chiesto di "fermare il flusso di denaro straniero che entra nella nazione tramite le organizzazioni cristiane" perché "usato per convertire al cristianesimo e per portare avanti attività terroristiche sul suolo indiano".

Alla fine del convegno religioso, il Vhp ha preparato un documento in tale senso che minaccia il governo: "Se non ascoltate le nostra richieste – scrivono i leader – nasceranno disordini in tutta la nazione". Secondo il testo, la prima mossa che Delhi deve approvare è "l'immediata deportazione degli oltre tre mila missionari cristiani entrati nel Paese come turisti o uomini d'affari".

"La conversione religiosa o politica ottenuta con la forza o con la frode – dice ad AsiaNews John Dayal, presidente dell'All India Catholic Union - è illegale in India ed in molte altre nazioni, e questo è giusto. La conversione per libera scelta o desiderio è invece un diritto fondamentale protetto dalla Costituzione, oltre ad essere un principio cardine delle Nazioni Unite perché parte della libertà di professare, praticare e propagare la fede personale".

"La libertà di conversione – sottolinea - è anche una componente intrinseca della storia e della tradizione culturale dell'India, come dimostra la diffusione del buddismo indiano in Afghanistan, Indonesia, Sri Lanka e Mongolia. Chiedere la fine della libertà religiosa significa negare l'essenza costituzionale del Paese e tradirne l'essenza democratica, pluralista e repubblicana. E' un atto fascista".

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