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» 16/03/2004
iraq
Nell'Iraq dell'occupazione c'è speranza di democrazia

Roma (AsiaNews) - Gli iracheni sono più felici ora che prima della invasione, sono ottimisti sul futuro del paese e rifiutano la violenza: sono alcuni dei risultati emersi in un'inchiesta commissionata dalla BBC e pubblicata oggi dal sito BBC-online.

L'inchiesta è stata effettuata nel febbraio 2004 dall'Oxford Research International su 2652 adulti irakeni da 16 aree del paese. Dalle risposte degli intervistati emerge un'immagine dell'Iraq che non appare di solito nei media internazionali, interessati a mostrare sempre gli attacchi contro le forze di occupazione.

Circa il 70 % afferma che la vita è meglio o abbastanza buona adesso, mentre solo il 29% dice che la vita attuale è brutta. E il 56% dice che le cose vanno meglio ora che prima della guerra. Le prospettive per il futuro sono buone per il 71% degli intervistati e cattive solo per il 6,6%.

Alla domanda "Qual è il problema più grosso che sta affrontando oggi?", le risposte più consistenti sono la mancanza di sicurezza-stabilità (22,1%) e di lavoro (11,8%); seguono l'aumento dei prezzi (9,5%), la mancanza di elettricità (4,2), di case (4,1%) e di servizi (acqua, strade… 3,7%). I problemi che stanno nelle prime pagine dei giornali, come gli attacchi terroristi, preoccupano solo l'1,8%; gli scontri etnico-religiosi preoccupano lo 0,2%.

Circa la metà degli intervistati (il 49%) pensa che l'invasione dell'Iraq da parte della coalizione era giusta; il 39% la ritiene sbagliata; il 41,8 % ritiene che l'invasione ha liberato l'Iraq; il 41,2 % che ha umiliato il paese.

La maggior parte degli irakeni pensa che un governo irakeno e il popolo irakeno deve prendersi cura della sicurezza, della ripresa economica, delle forniture di petrolio, dell'educazione, della ricostruzione delle infrastrutture; che la gente abbia un livello di vita dignitoso. Nello stesso tempo, alla domanda "Quale paese dovrebbe giocare un ruolo nella ricostruzione", si citano anzitutto il Giappone (35,9%), gli Stati Uniti (35,7% ), e la Francia ( 21,6%), di poco superiore alla Gran Bretagna (21,5%).

A onore dello spirito laico della popolazione irakena si attribuisce alle personalità religiose il compito di garantire che gli ideali religiosi nella società (il 26%), e solo il 18% dice che è compito del governo.

I capi religiosi però sono quelli di cui la gente si fida di più (il 42,4%); quelli di cui si fida di meno sono le forze di occupazione americane e inglesi (il 42,8%). Ma solo il 17% considera "accettabile" la violenza verso le forze di coalizione; il 78% lo definisce "non accettabile". La quasi totalità (il 96,6%) considera inaccettabili le violenze contro la polizia irakena.

Sulla fiducia data ai leader politici irakeni vi è un grosso problema per gli Stati Uniti: il leader più coccolato dalla coalizione, Ahmed Chalabi è quello più sfiduciato dall'inchiesta. Saddam Hussein rimane fra i primi 6 leader stimati, sebbene con una piccola percentuale (3,3%). In verità, dalle scarse preferenze raccolte da diverse personalità, si vede come la popolazione irakena stia cercando un leader significativo e forte: il 46,6% considera questa la priorità assoluta per i prossimi 12 mesi.

La seconda necessità è la democrazia (28%). A questo proposito, la maggioranza preferisce uno stato unico (79%), un sistema democratico (48,5%), con politici democratici (55,3%); solo il 20,5% vuole uno stato islamico e il 13,5% vuole religiosi in politica.

Sulla presenza delle Forze di Coalizione, il 15,1% vuole che essi vadano via subito; il 35,8% vuole che restino finché non vi è un governo irakeno; il 18,3 finché non vi è sicurezza.

 


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Dossier


by Giulio Aleni / (a cura di) Gianni Criveller
pp. 176
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