25/04/2018, 09.16
ARMENIA-RUSSIA
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Nikol Pashinyan, il ‘Forrest Gump’ di Erevan e le preoccupazioni del Cremlino

di Vladimir Rozanskij

Con una marcia non violenta che ha attratto a poco a poco tutta la popolazione, il leader del piccolo partito Elk ha fatto crollare i disegni di potere a vita di Sargsyan. L’imbarazzante silenzio di Putin.

Mosca (AsiaNews) - La vittoria della protesta del popolo armeno ha esaltato la figura di Nikol Pashinyan (foto 1, a sin), detto il “Forrest Gump” d’Armenia, avendo iniziato la sua protesta con una marcia quasi solitaria a centinaia di chilometri dalla capitale. Ora molti si chiedono quali saranno le conseguenze per il Paese, ma anche per i suoi vicini, a cominciare dalla Russia. Le dimissioni di Sargsyan, il presidente-primo ministro amico di Putin, fanno pensare che forse anche agli stessi russi potrebbe venire voglia di cambiare dopo tanti anni di potere quasi assoluto.

Le manifestazioni di protesta non sono una rarità in Armenia, Paese da sempre sull’orlo di crisi e catastrofi, con una popolazione tradizionalmente piuttosto sanguigna. Già nel 2008 decine di migliaia di persone avevano espresso in piazza il proprio malcontento per l’elezione di Sargsyan a presidente, contro l’ex-presidente Ter Petrosyan passato all’opposizione; la rivolta si era conclusa con decine di morti e centinaia di arresti. Alla tornata successiva, Sargsyan aveva sconfitto nel 2013 il candidato Raffi Ovannisyan, effimero alfiere della “rivoluzione del saluto”. Due anni dopo le proteste hanno riversato per le strade la rabbia per gli aumenti delle tariffe per l’energia elettrica, fino alla “rivoluzione di velluto” dei giorni scorsi.

Il deputato del partito “Elk” (“Il mio passo”) Pashinyan ha voluto tradurre in esperienza il titolo stesso del suo movimento, iniziando il 31 marzo scorso una marcia che ha attraversato tutta l’Armenia, da Gjumri a Erevan. Insieme a lui si è avviato un piccolo gruppo, che di villaggio in villaggio ha coinvolto l’intera popolazione, fino a occupare il centro della capitale il 17 aprile, giorno della elezione di Sargsyan a primo ministro (foto 2). Le forme della protesta sono state assolutamente pacifiche e creative, dai sit-in agli incroci e i blocchi di macchine, sul cofano delle quali i proprietari si sdraiavano a riposare (foto 3). Ai gruppi di giovani e giovanissimi si sono uniti anche donne e anziani di ogni ceto, attraversando le strade a piedi solo allo scattare del semaforo rosso; gli automobilisti bloccati si sono presto uniti alla protesta con il suono continuo dei clacson. I ragazzi e le ragazze hanno improvvisato balli e canti, con la folla che li proteggeva dalla polizia.

Alla fine “Serž” (Sargsyan) è uscito in piazza a incontrare “Nikol” (Pashinyan), sabato 21 aprile. I due hanno poi partecipato a un dialogo a due l’indomani mattina davanti alle telecamere all’hotel Marriott di Erevan, e lunedì il neo-premier ha rassegnato le dimissioni. Tra le accuse di Pashinyan, la più eclatante è quella che Serž si sarebbe accordato con Aliev, il presidente dell’odiato Azerbaigian, nel 2016 su ordine di Putin, consegnando agli azeri parte della terra contesa del Karabakh. Dopo una breve fase di governo provvisorio, si attendono quindi nuove elezioni, in cui l’oppositore “con lo zaino in spalla” avrà le sue chance di portare a termine il clamoroso cambio di regime.

I politici russi, a cominciare dal presidente Putin, non commentano le vicende armene, se non per sottolineare che si tratta di “questioni interne di uno stato sovrano”. In effetti, nelle proteste non si è parlato di politica estera, di Russia o Europa, come invece accaduto gli anni passati in Georgia o al Maidan di Kiev. Gli stessi manifestanti hanno rifiutato di essere accostati agli ucraini del 2013, e il “nemico” Sargsyan, pur dimessosi, rimane presidente del Partito repubblicano e continuerà ad avere un ruolo di primo piano nella politica armena. L’Armenia è un alleato storico della Russia, protettore storico del popolo armeno di fronte ai genocidi dei turchi, e difficilmente quest’alleanza sarà messa in discussione dai nuovi governanti.

Putin aveva comunque calorosamente salutato Sargsyan, complimentandosi per la sua elezione, e ora il suo imbarazzato silenzio attesta una certa preoccupazione da parte del Cremlino. L’Armenia è un partner economico significativo per la Russia, e la svolta potrebbe comunque portare il Paese a un orientamento più occidentale, creando problemi alle relazioni russe con l’intera regione caucasica e influendo anche sui rapporti con l’Ucraina.

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