06/06/2018, 10.56
EGITTO - ITALIA
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Noi, cristiani egiziani, missionari in patria per fermare l’esodo dei fedeli

di Dario Salvi

È l’invito lanciato da Neematallah Issa, che guarda all’esempio di “tanti sacerdoti” venuti dall’Occidente per testimoniare Cristo. La presenza cristiana "elemento di equilibrio in mezzo ai radicalismi". Le scuole, un luogo di crescita e di educazione alla convivenza. La crisi delle vocazione e il bisogno di nuovi missionari.

Milano (AsiaNews) - Essere testimoni di Cristo in una nazione a maggioranza musulmana “è difficile. Anche solo parlare della nostra fede può diventare problematico. Ecco perché in molti sorge l’idea di emigrare. Tuttavia, "grazie all’esempio di tanti sacerdoti che hanno lasciato il loro Paese per venire qui in Egitto a evangelizzare con la vita e le opere, ho capito che anche io sono chiamato alla missione in patria". È quanto racconta Neematallah Issa, 55enne egiziano del Cairo, sposato e padri di otto figli “di cui cinque già in cielo” aggiunge, con serena rassegnazione.

Con la moglie, Issa è fra i responsabili locali del cammino neocatecumenale. Egli è inoltre membro della corale parrocchiale ed è stato ordinato sub-diacono. AsiaNews lo ha incontrato a Milano (Italia), al convegno “Marhaba – Dio è amore” promosso dalla Fondazione Ambrosiana San Marco, cui hanno partecipato circa 50 fra sacerdoti, studenti e laici del seminario Redemptoris Mater in Libano, ispirato al Cammino fondato da Kiko Argűello.

“In passato - ricorda - il desiderio era quello di andare in Canada, dove ho uno zio ed ero già stato per qualche tempo a lavorare. Guardando ai missionari provenienti dall’Europa o dall’America, che hanno lasciato agi e comodità per vivere in una parrocchia o in un quartiere povero del Cairo ho provato un senso di stupore. E ho iniziato a pormi molte domande sul desiderio di emigrare”. 

Di fronte a un esodo massiccio dei cristiani dal Medio oriente e Nord Africa, la testimonianza data dalla famiglia di Issa e di molte altre rimaste nella propria terra “ha saputo dare frutti” racconta, perché “molti giovani hanno cominciato a guardare a questi esempi”. “Dobbiamo restare in Egitto - aggiunge - anche se si ha la possibilità, come me, di partire. Avevo la certezza di giocare un ruolo per questa nazione e per la mia comunità e voglio continuare a farlo”. 

Il valore della presenza cristiana emerge a partire dalle scuole, un fattore essenziale di crescita per tutto il Paese. “Non sono solo un luogo di studio - spiega Neematallah Issa - ma uno spazio in cui essere educati al vivere in comune, alla convivenza. Anche per questo è importante la nostra presenza in Medio oriente, siamo un fattore di equilibrio da opporre al radicalismo. Lo testimonia il fatto che ho molti amici musulmani e viviamo in armonia”. 

Oltre all’esodo, le Chiese dell’Oriente devono fronteggiare anche un calo nelle vocazioni. “Nella Chiesa greco-cattolica al Cairo - sottolinea - non vi sono nuovi sacerdoti da almeno cinque, sei anni. Patriarca e vescovi chiedono sempre più preti missionari, perché faticano a tenere aperti i luoghi di culto”.  E ancora, le bombe contro le chiese e gli attacchi mirati alle comunità “hanno lasciato un segno” ma “la fede resta più forte della paura”. “Ci sono diversi musulmani, anche fra i giornalisti - prosegue - che si chiedono come facciano i cristiani a perdonare e parlare di amore, anche davanti a quanti hanno attaccato le loro famiglie. Ma quando hai un’idea, uno scopo, una missione tutto è diverso e anche il terrorismo, le difficoltà economiche e sociali non fanno paura”. 

Neematallah Issa non vuole nascondere i problemi che caratterizzano la società egiziana, che “ha perso un po’ di quella tolleranza che la contraddistingueva”. Tuttavia, egli afferma di essere “ottimista” per il futuro e che vi sono segni “positivi” nella direzione di un “vivere in comune, in pace”. “Perché ciò avvenga - conclude - serve una educazione adeguata e una istruzione equilibrata per tutti, che sia libera da idee radicali. E ai cristiani il compito di lottare per superare questa condizione di precarietà nella propria terra”.

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