31/08/2011, 00.00
INDIA
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Non tutta l’India ricorda i martiri dell’Orissa

di Santosh Digal
In Madhya Pradesh la Chiesa ha organizzato incontri di preghiera e donazioni di sangue per celebrare le vittime delle violenze indù di tre anni fa. In Orissa nessun momento di preghiera. A Kandhamal, i nazionalisti indù hanno organizzato un raduno per ricordare l’assassinio di Lakshmananda Saraswati, il “loro” martire, che scatenò le violenze del 2008.
Bhopal (AsiaNews) – Incontri di preghiera e donazioni di sangue, in tutto il Madhya Pradesh, per ricordare i cristiani che hanno perso la vita in nome della propria fede. È accaduto lo scorso 28 agosto, in occasione della Giornata dei martiri cristiani indiani. “Una data significativa – spiega Anand Francis, organizzatore degli eventi –, scelta perché quel giorno del 2008 moltissimi cristiani sono stati uccisi durante i pogrom del Kandhamal, in Orissa”. Ma proprio in Orissa “a parte qualche messa domenicale, o forse un accenno in qualche omelia – racconta ad AsiaNews John Dayal, segretario generale dell’All India Christian Council (Aicc) – non ci sono stati veri momenti di preghiera dedicati ai morti del Kandhamal”. Invece, il 23 agosto scorso attivisti del Sangh Parivar (organizzazione nazionalista indù “madre” di altri gruppi e movimenti, ndr) hanno organizzato un raduno per ricordare il “loro” martire, Lakshmananda Saraswati, un leader indù la cui uccisione – da parte di un gruppo maoista – produsse un’ondata di violenze inaudite contro la comunità cristiana del Kandhamal.

Dayal spiega: “Il Rss (Rashtriya Swaymsevak Sangh, movimento nazionalista indù, ndr) e le sue organizzazioni sorelle – il Bjp (Bharatiya Janata Party), il Vhp (Vishva Hindu Parishad) e il Bd (Bajrang Dal, l’ala giovanile) – non hanno dimenticato. Di fatto, hanno tenuto in ostaggio l’intero distretto per commemorare quella giornata”. La polizia avrebbe impedito agli estranei di accedere al luogo del raduno. “Io stesso – prosegue il segretario dell’Aicc – ho visto quadri Rss in moto, lungo le strade, interrogare persone e giornalisti. È interessante notare che uno dei principali oratori era Manoij Pradhan, accusato di numerosi casi di omicidio e libero su cauzione, perché per la Corte, essendo lui un membro dell’Assemblea legislativa dell’Orissa, non è necessario che sia confinato in prigione”.

Dopo la manifestazione commemorativa, membri del Vhp hanno presentato una relazione al district collector. Nel documento, chiedono una nuova indagine del Central Bureau of Investigation sull’uccisione di Saraswati; di fermare le conversioni al cristianesimo; di vietare la macellazione delle mucche; azioni contro i dalit cristiani che cercano di ottenere falsi certificati di casta.

“Mi sarebbe piaciuto – conclude John Dayal – vedere qualche Chiesa – cattolica, ortodossa, siriaca, episcopale, pentecostale o evangelica – organizzare raduni di preghiera e commemorazioni per le vittime delle violenze indù del Kandhamal, in qualunque parte dell’India”.

Nelle violenze anticristiane del 2008, solo nel Kandhamal più di 56mila persone – per lo più dalit panos e tribali kondhs, quasi tutti cristiani – sono rimasti senza una casa, costretti a vivere diversi giorni nelle foreste senza cibo, né acqua, prima di poter raggiungere in sicurezza i campi profughi. Per la Chiesa indiana, circa 6mila case sono state saccheggiate, demolite o bruciate. Quasi 300 chiese distrutte, oltre a conventi, scuole, ostelli e istituti di assistenza. Le autorità hanno contato circa 50 morti. I dati raccolti da attivisti cristiani parlano invece di 91 vittime: 38 morte sul colpo, 41 per ferite subite durante le violenze, 12 in azioni di polizia.
 
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