07/01/2021, 09.22
SIRIA - VATICANO
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Nunzio a Damasco: l’arma della carità per curare ferite fisiche, economiche e sociali

L’opera delle istituzioni cattoliche essenziale per ricostruire il “clima di fiducia” in un Paese che sembra “aver perso la speranza”, soprattutto fra i giovani. L’ 83% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà. E il Covid ha acuito le sofferenze. Per aiutare una nazione stremata serve l’aiuto di tutti. Il papa in Iraq “bella notizia per i cristiani di tutto il Medio oriente”.

Damasco (AsiaNews) - Il popolo siriano è segnato da “ferite fisiche, economiche e sociali” causate da quasi 10 anni di guerra, di sanzioni, di crisi sanitaria aggravata dalla pandemia di nuovo coronavirus che possono essere curate solo “con l’arma della carità”. È quanto afferma ad AsiaNews il card Mario Zenari, nunzio apostolico a Damasco, che sottolinea il lavoro “delle istituzioni cattoliche” la cui opera è essenziale per ricostruire il “clima di fiducia” in un Paese che sembra “aver perso la speranza”. Soprattutto “fra i giovani”, che in questa situazione “di stallo, di muro contro muro” non trovano ragioni per rimanere, mentre “l’83% della popolazione secondo fonti Onu vive al di sotto della soglia di povertà”. 

Il Covid-19 ha acuito le “sofferenze fisiche” di una popolazione già piagata dal conflitto, sebbene “i dati mostrino dei contagi sinora limitati”. Tuttavia, prosegue il card Zenari, “il virus circola e sta progredendo in una realtà particolare con ospedali in condizioni estreme” e che funzionano “solo in parte. E poi pensiamo alle ferite di guerra, i mutilati”. I numeri ufficiali parlano di quasi 12mila casi, circa 6mila guarigioni e quasi 750 decessi, ma il bilancio potrebbe essere maggiore per la sottostima in zone contese come Idlib, nel nord-ovest.

Dieci anni di bombardamenti e scontri armati, cui si sommano violenze jihadiste, hanno provocato un collasso del sistema sanitario. Mancano strutture adeguate, farmaci, bombole di ossigeno, dispositivi di protezione individuale. Da tre anni la Chiesa siriana - con la collaborazione della Santa Sede e il sostegno personale di papa Francesco - ha lanciato il progetto “Ospedali aperti” con due strutture a Damasco e una ad Aleppo. “È il terzo anno - racconta - e speriamo di proseguire: abbiamo curato oltre 40mila malati, poveri cristiani e musulmani, anche se nell’ultimo periodo le persone avevano paura a venire e curarsi a causa del Covid. Questa iniziativa testimonia non a parole, ma nei fatti, quanto sia potente l’arma della carità”. 

Alle ferite fisiche si sommano infatti quelle “sociali, che hanno portato gravi danni a un mosaico - quello siriano - variegato e caratterizzato da una buona convivenza. Anch’esso ha subito dei danni e riparare questa frattura sarà proprio uno dei compiti affidato alle religioni”. Il lavoro, prosegue il porporato, “è enorme, anche se finora le relazioni fra le autorità religiose restano buone. Bisogna lavorare su questa base comune”, tenendo come punto di riferimento “la dichiarazione di Abu Dhabi [sulla Fratellanza], accelerando sulla convivenza e ripristinando il tessuto”. 

Infine, vi sono le ferite “economiche” in un contesto “molto critico, con una ripresa di cui non si parla più e meno ancora si vede. Sono ferite aggravate dalle sanzioni, che giocano la loro parte, ma va detto che si è fermata anche l’opera di ricostruzione; una interruzione imputabile a vari attori e fattori. Vi è poi la crisi libanese, a livello bancario e finanziario, con le sue ripercussioni sulla Siria. Infine il Covid-19 che ha fatto vacillare nazioni che, sinora, avevano aiutato a livello economico”. 

In questo contesto critico, l’opera delle agenzie cattoliche è fondamentale perché “è capace di andare oltre l’appartenenza etnica e religiosa. Una carità aperta a tutti, musulmani e cristiani, che punta - prosegue il nunzio - alla ricostruzione delle case, sopperisce alle emergenze alimentari e vuole garantire il diritto allo studio nelle scuole”. 

“Tutti noi - sottolinea il card Zenari - possiamo essere il buon samaritano della parabola e aiutare un popolo stremato dalla guerra e dal Covid. La Siria è incappata in troppi ladroni in questi anni, che l’hanno bastonata e abbandonata sul ciglio della strada, sparita dai radar dei media e dalle attenzioni della comunità internazionale. Ogni aiuto è una goccia preziosissima, sebbene alla Siria servano veri e propri oleodotti di acqua, fiumi di aiuti [da comunità internazionale e potenze mondiali] per potersi riprendere da una situazione umanitaria critica”. Lo ha ricordato il papa stesso nel messaggio Urbi et Orbi natalizio, sottolineando le sofferenze dei bambini nelle aree di guerra dall’Iraq alla Siria, allo Yemen. In questo contesto è ancora più importante il viaggio apostolico del pontefice in Iraq, a marzo, che definisce “una bella notizia per i cristiani di tutto il Medio oriente che non si sentono più dei mendicanti, ma capiscono di essere nel cuore del papa. Oltre - conclude il card Zenari - a rafforzare il dialogo interreligioso con il mondo musulmano, soprattutto sciita come ha ricordato il patriarca Sako”.

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