09/02/2017, 08.54
ISRAELE - PALESTINA
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Ong israeliane e palestinesi ricorrono alla Corte suprema contro la legge pro-coloni

L’obiettivo è annullare la norma che legalizza migliaia di insediamenti nei Territori occupati. Anche il procuratore generale di Israele la giudica “incostituzionale” ed è pronto a testimoniare contro. Vice-ministro israeliano ribadisce i “diritti storici e legali su questa terra”. Abu Mazen: Aggressione contro il nostro popolo. 

 

Gerusalemme (AsiaNews/Agenzie) - Gruppi attivisti israeliani e palestinesi hanno depositato ieri un ricorso alla Corte suprema, con l’obiettivo di annullare la nuova (controversa) norma approvata dal Parlamento israeliano che “legalizza” migliaia di insediamenti nei Territori occupati. Inoltre, Adalah e il the Jerusalem Legal Aid and Human Rights Centre (Jlac) hanno invocato un decreto ingiuntivo che blocchi gli effetti della legge in attesa di un pronunciamento finale dei giudici. 

Nei giorni scorsi il Parlamento israeliano ha sancito l’entrata in vigore della norma con il voto favorevole di 60 deputati, su un totale di 120; contrari 52 parlamentari. La nuova legge prevede che i palestinesi proprietari delle terre non avranno più alcun diritto sui terreni; a fronte degli espropri, essi riceveranno una somma di denaro o altri terreni in luoghi diversi. 

Fra quanti hanno espresso critiche e riserve vi è anche il procuratore generale di Israele, Avichai Mandelblit, secondo cui la legge è “incostituzionale”. Egli ha anche aggiunto che non la difenderà in tribunale ed è pronto a testimoniare contro di essa se sarà chiamato a farlo.  

Il cosiddetto “Regularisation Bill” votato dalla Knesset afferma che le costruzioni realizzate secondo il principio di “buona fede” e senza sapere che la terra apparteneva a privati cittadini palestinesi in Cisgiordania possono essere riconosciute dal governo. In questo modo l’esecutivo israeliano si arroga il diritto di esproprio di terre palestinesi, a fronte di compensi irrisori o dislocando altrove i proprietari. 

Ad oggi vi sono oltre 600mila coloni ebraici che vivono in circa 140 insediamenti costruiti a partire dall’occupazione israeliana del 1967 della Cisgiordania e di Gerusalemme est. Il diritto internazionale considera illegali questi insediamenti; una posizione che Israele ha sempre contestato. Al contempo vi sono anche 97 avamposti, che non hanno mai ricevuto l’autorizzazione ufficiale da parte del governo. 

Secondo quanto riferisce l’Ong Peace Now la norma votata dal Parlamento autorizza in via retroattiva 3921 nuove unità abitative in 72 insediamenti e 55 avamposti, edificati su circa 818 ettari di terra palestinese appartenente a privati. 

Ieri il gruppo attivista palestinese Adalah e l’omologo israeliano Jlac hanno presentato un appello alla Corte suprema, a nome di 17 cittadine e villaggi palestinesi. È una norma, sottolinea Suhad Bishara, avvocato di Adalah, che privilegia “gli interessi politici di Israele come potenza occupante” e a vantaggio “dei coloni israeliani”. 

La Corte suprema avrebbe concesso 30 giorni al governo per dare una risposta. Tuttavia, in un videomessaggio diffuso in queste ore il vice-ministro degli Esteri Tzipi Hotovely ha affermato che “Israele vanta diritti storici e legali su questa terra” e la legge “garantisce un equilibrio” fra il diritto alla “terra” degli israeliani e un “risarcimento” per i palestinesi. 

Già in passato la Corte suprema ha annullato leggi che considerava contrati ai dettami costituzionali. Fra questi l’ordine di evacuazione e smantellamento - eseguito la scorsa settimana - del controverso insediamento Amona perché costruito proprio su terreni privati palestinesi. 

Per il presidente palestinese Mahmoud Abbas la legge è una “aggressione contro il nostro popolo” contro la quale “ci opporremo presso le organizzazioni internazionali”. “Quello che vogliamo è la pace - ha aggiunto - ma quello che fa Israele è lavorare verso un unico Stato fondato sull’apartheid”. 

In una nota il Patriarcato latino di Gerusalemme ha condannato la nuova legge, bollandola come "iniqua e unilaterale". Anche l’Unione europea ha già manifestato critiche e perplessità rispetto alla norma. Più cauta la posizione degli Stati Uniti che, prima di assumere una posizione, attendono il pronunciamento della magistratura.

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