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» 04/06/2010 11:25
VATICANO – MEDIO ORIENTE
P. Jaeger: Chiese in Medio oriente, da minoranze "protette" alla piena libertà religiosa
Il Delegato di Terra Santa spiega che pur fra molti problemi, i cristiani sono una presenza “viva e vivace”. Il futuro Sinodo spinge le Chiese a considerarsi non più “isole tollerate" ma "cittadini" a pieno diritto, nella “uguaglianza e libertà”. Proprio oggi Benedetto XVI inizia il suo viaggio a Cipro. Il papa consegnerà ai vescovi l’Instrumentum Laboris, documento base del Sinodo delle Chiese della regione.

Gerusalemme (AsiaNews) – Oggi Benedetto XVI inizia il suo viaggio apostolico a Cipro, primo papa nella storia della Chiesa a visitare l’isola. Nel contesto del viaggio, Benedetto XVI consegnerà ai vescovi della regione l’Instrumentum Laboris, il documento base del Sinodo dei vescovi dedicato al Medio oriente, in programma a Roma nel mese di ottobre.
 
Fra i temi in campo vi sono l'esiguità del numero dei cristiani dell'area; il dialogo con l'islam; i difficili rapporti con i governi e i conflitti politici e sociali. In un quadro con luci ed ombre, vi sono anche dei segni di speranza, manifestazioni di solidarietà, e una ricerca dei fedeli volta alla “piena libertà di culto” pur in una condizione di minoranza.
 
Alla vigilia della pubblicazione dell’Instrumentum Laboris, AsiaNews ha interpellato il padre francescano David-Maria A. Jaeger, il Delegato per l’Italia della Custodia di Terra Santa. Di seguito l’intervista che ci ha concesso:
 
La politica e le società del Medio Oriente sembrano essere caratterizzate dalla stagnazione. Da parte ecclesiale vi sono dei fatti nuovi: il nuovo vescovo ausiliare di Gerusalemme; la riconferma per tre anni del Custode di Terra Santa, p. Pierbattista Pizzaballa. C’è o non c’è speranza per il Medio Oriente?
 
Anzitutto, è consolante che la Chiesa è viva in Terra Santa, viva e vivace. È consolante la nomina del nuovo vescovo ausiliare del Patriarcato latino di Gerusalemme. Mons. William Shomali lo conosciamo tutti come un sacerdote di grande carità e virtù umane e sacerdotali. Da molti anni è un pilastro della testimonianza cristiana a Gerusalemme e in tutta la Terra Santa. Penso che con il suo nuovo status episcopale egli sarà un validissimo aiuto al patriarca di Gerusalemme e a tutti i pastori delle Chiesa cattoliche in Terra Santa. La riconferma per un altro triennio del Padre Custode è un meritato riconoscimento dell’importante opera svolta da questo Custode di Terra Santa, p. Pierbattista Pizzaballa. Lui ha il ruolo delicatissimo e impegnativo di mantenere contatti e dialogo con Autorità e popolazioni varie in Israele, Palestina, in Giordania, Siria e Libano, Cipro, Grecia e altrove, e per il nostro Ordine, e non solo, questa sua riconferma è una testimonianza della buona direzione da lui imboccata negli anni precedenti e che andrebbe ancora seguita.
 
In una situazione incancrenita e stagnante come è quella politica del Medio oriente, la Chiesa può fare qualcosa per iniettare speranza? Il papa, dopo la sua visita in Terra Santa ha subito lanciato l’idea di un Sinodo per le Chiese del Medio oriente. Esso non vuole essere solo un sostegno alle Chiese, ma dare speranza alla stessa situazione medio-orientale…
 
Bisogna capire che la Chiesa in Terra Santa in particolare è di entità minuta, una realtà materialmente esigua, e perciò non può esercitare un influsso determinante o diretto sugli avvenimenti e gli sviluppi sociali, militari, politici ed economici della regione. La Chiesa in Medioriente è vivace, ma non può influire secondo i criteri di questo mondo. Semmai, essa esercita la sua testimonianza in modo diverso, quasi mistico.
 
La Chiesa fa del bene a molta gente di queste regioni; mostra il volto luminoso di Cristo anche nelle situazioni più buie e disperate; la sua testimonianza ha un influsso misterioso su tante anime. Ma essa non è una forza sociale dai risvolti politici, come lo può essere la Chiesa in un Paese di tradizione cristiana consolidata, a cui appartiene la maggioranza della popolazione. Perciò, non aspettiamoci dalla Chiesa di Terra Santa una visibilità impressionante. In altri Paesi del Medioriente vi sono luoghi in cui i cristiani sono più numerosi – come nel Libano, nella Siria, in Egitto – ma essi sono sempre una minoranza, la cui influenza sulla polis è limitata. Fatta naturalmente eccezione (forse) per il caso del Libano, che è poi però tutto particolare, e per il quale Giovanni Paolo II volle già celebrare, come di fatto ha celebrato, un’Assemblea speciale del Sinodo dei Vescovi tutta per il Libano, come per sottolinearne sia l’importanza sia il carattere speciale.
 
Di certo il Sinodo, come si vede dai Lineamenta e come si vedrà dall’ Instrumentum laboris, non si occupa solo di questioni “di sacrestia”, ma cerca di capire, analizzare, e rispondere al mondo che ruota attorno alla comunità dei credenti. Ma questo sempre con il linguaggio che è proprio della Chiesa.
 
Quale può essere il valore di questo Sinodo?
 
Il Sinodo, voluto da Papa Benedetto XVI, quale seguito e complemento del Suo Pellegrinaggio in Terra Santa lo scorso anno, può avere un grandissimo valore. Anzitutto quello di aumentare, consolidare e dimostrare la solidarietà fra le diverse Chiese cattoliche del Medioriente. Diverse per Rito o per collocazione geografica o nazionale. Il Medioriente non è un’area omogenea,  ma è segnato da situazioni legali, costituzionali, rapporti Chiesa-Stato diversi fra di loro. Ma è sempre la zona in cui il cristianesimo è nato. É ad Antiochia che i discepoli vengono chiamati per la prima volta “cristiani”. Il Sinodo è un modo con cui le Chiese cattoliche che vivono in Medio oriente possono ritrovare e affermare quello che le unisce e insieme quello che hanno di specifico in confronto alle altre confessioni e alle società in mezzo alle quali vivono.
 
Quanto poi alle Chiese del Medio oriente che si trovano in una collocazione difficile dal punto di vista geopolitico, questo messaggio di solidarietà e di speranza è importante per rincuorarle, farle sentire nel cuore della Chiesa universale. Come si apprende dai Lineamenta, è una sede di riflessione approfondita, molto franca sulla loro situazione, di scambi molto sinceri, espliciti, liberi. Questo non è poca cosa: le Chiese che per secoli si sono trovate isolate, ghettizzate, adesso si sentono fiduciose al punto di parlare più apertamente che mai, seppur qui nelle assisi ecclesiali.
 
Io credo di poter vedere come fonte ispiratrice influente di questa liberazione del discorso ecclesiale, l’allocuzione che Giovanni Paolo II ha tenuto nel 1993, l’11 dicembre, al convegno romanistico-canonistico della Pontificia Università Lateranense. Lì il papa ha espresso il suo auspicio che le Chiese del Mediterraneo orientale possano fare un passo in avanti decisivo: passare dalla condizione di minoranze isolate, seppure protette, alla condizione di libertà per la Chiesa stessa e per i membri della Chiesa in quanto cittadini. Non dovrebbero più essere delle “isole” – cui si garantisce la tolleranza – ma assieme alle società interessate nel loro insieme, dovrebbero ormai usufruire di eguaglianza e quindi di libertà, non di tolleranza ma di libertà, che è una tutt’altra cosa! Questa è la visione di una nuova era, un cambio epocale, che vale la pena leggere e rileggere. Io la vedo riflessa nella preparazione del Sinodo, sin dai Lineamenta.
 
Certo si tratta di un orizzonte verso il quale aspirare e lavorare pazientemente, di una visione profetica, non di un cambiamento ottenibile di un colpo. La sua realizzazione, ancor più che dalle Chiese, e in primo luogo, dipende dall’evoluzione delle stesse società o nazioni interessate, dalla loro evoluzione costituzionale e culturale, poi anche democratica, che deve avere dei ritmi propri e di volta in volta può anche soffrire delle interruzioni. Ma l’importante per il momento è che gli stessi credenti in Cristo abbiano chiaro le proprie aspirazioni per la società e le proprie concezioni del ruolo della Chiesa e dei fedeli rispetto ad esse. Il Sinodo costituira un’occasione unica per verificare tutto questo.

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