12/04/2019, 16.18
THAILANDIA
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P. Ribolini: Rompere l’isolamento delle comunità cristiane tribali

Secondo il sacerdote del Pime è la principale sfida che attende le missioni nel nord della Thailandia. Il Pime opera in quattro centri: Fang, Ban Thoet Thai, Mae Suay e Ngao. Già parroco di Ban Thoed Thai, p. Ribolini si trasferirà a Mae Suay dopo Pasqua. “Come soldati del Regno di Dio, pronti ad andare dove il Signore e la sua Chiesa ci inviano”.

Ban Thoed Thai (AsiaNews) – Rompere l’isolamento che spesso caratterizza le comunità tribali di recente evangelizzazione è la principale sfida che attende le missioni nel nord della Thailandia. Lo afferma ad AsiaNews p. Marco Ribolini, sacerdote del Pontificio Istituto Missioni Estere (Pime) e parroco di Ban Thoet Thai, remota località della diocesi di Chiang Rai al confine con il Myanmar. Nei giorni seguenti alla Pasqua, il missionario milanese lascerà la sua parrocchia alla volta di Mae Suay, altra missione del Pime a cui il vescovo ed i superiori lo hanno destinato in qualità di parroco. I cattolici di questo territorio appartengono a diverse minoranze etniche tribali (Akhà, Lana, Lahu, Isan, Thaiyai e Kachin), che vivono tra montagne ed aree rurali in un contesto di povertà ed emarginazione, sia sociale che geografica.

La quattro missioni del Pime nel nord del Paese (Fang, Ban Thoet Thai, Mae Suay e Ngao) ospitano alcuni ostelli, destinati all’accoglienza e alla formazione scolastica di giovani provenienti da famiglie povere. La parrocchia di Ban Thoet Thai è nata solo un anno fa, per distaccamento da Fang. È da qui che per quattro anni il sacerdote del Pime ha seguito i cattolici locali, prima di diventarne il parroco. P. Ribolini ha accompagnato la parrocchia nei suoi primi passi, a partire dalla costruzione della chiesa; poi il centro pastorale e persino un ponte, grazie al quale le automobili ora possono attraversare il fiume ed entrare nella missione. “Due – dichiara il sacerdote – sono le principali emozioni che provo ora che mi appresto a partire: da un lato la tristezza di lasciare affetti e luoghi a me così cari; dall’altro vi è un forte senso di libertà, perché il cuore riconosce che quanto è stato fatto qui non è mio, bensì del Signore: missione, persone, posti e progetti. Noi siamo solo suoi servitori e d’altronde lo stesso Gesù ci insegna: ‘Siamo servi inutili’ (Lc 17,10)”.

“Mae Suey – spiega il sacerdote – è la missione più grande della Thailandia settentrionale: comprende 29 villaggi, due in più di Ban Thoed Thai. Essa serve più o meno le stesse tribù, la differenza è che ha già 27 anni di storia. I progetti catechetici sono già molto sviluppati, in un certo senso la missione è più articolata e richiede un approccio meno 'pioneristico' rispetto a Ban Thoed Thai”. Tra le attività principali della missione di Mae Suay vi sono gli ostelli, dove il Pime ospita un totale di circa 90 bambini tribali. Le strutture sono tre e distanti una ventina di chilometri l'una dalle altre. Al centro della missione vi sono due realtà educative: uno degli ostelli ed un centro che accoglie quasi 10 bambini disabili. Inoltre, il Pime ha deciso di dedicare un confratello – p. Ribolini – allo studio della lingua Akha, quella del gruppo tribale maggioritario. Negli ultimi anni, l’Istituto sta cercando di creare figure missionarie in grado di superare l’impegno pastorale diretto, per impegnarsi in aspetti come il dialogo religioso e culturale.

“Questo ci consentirà di essere indipendenti dall’aiuto dei catechisti-traduttori, che ci seguono nelle nostre visite ai villaggi. Inoltre, potremo superare i problemi relativi alle traduzioni dei testi e all’inculturazione del cristianesimo. Gli Akha sono alla prima generazione di cristiani e in tutta la Thailandia vi è un solo sacerdote appartenente alla tribù. Per questo, il Pime vuole mettere la nuova figura missionaria a disposizione della diocesi di Chiang Rai, dove la maggioranza dei cristiani appartiene a quel gruppo etnico. Così facendo, potremo avere un’attenzione migliore anche in chiave pastorale: con la padronanza della loro lingua, sapremo portare Cristo ancora più a fondo nel cuore degli Akha”.

A Mae Suey p. Ribolini troverà “le stesse sfide che attendono, in generale, tutte le missioni nel nord della Thailandia”. “La grande risposta dei tribali all’annuncio del Vangelo – spiega – ha consentito la nascita di molti centri, ma allo stesso tempo ha creato un senso di isolamento all’interno delle comunità. Di fatto, siamo realtà tribali all’interno di un mondo thai. Sono pochi i contatti tra questi due ambienti. Mae Suay sta cercando di rompere questo isolamento, grazie anche ad un progetto portato avanti con coraggio dalle suore camilliane; tutte thai ma che vivono e collaborano alle attività della missione. Le religiose assistono circa 160 malati buddisti: persone povere, anziani con disabilità o abbandonati. Oltre all’opera delle suore, siamo presenti nelle realtà sociali thai anche con il centro per bambini disabili”.

La Settimana Santa alle porte, le attività pastorali, i campi estivi per i bambini, i passaggi di consegne e un trasloco da organizzare: sono giorni intensi per p. Ribolini. “Essi coincidono con la fine dell'anno sociale in Thailandia: le scuole sono chiuse, i bambini tornano a casa. Per questo, nelle missioni del nord organizziamo campi estivi per giovani di diverse età. A Ban Thoed Thai ne abbiamo conclusi già tre e, in occasione della Settimana Santa, dedicheremo un campo di catechesi a più di 100 bambini delle scuole medie. La notte di Pasqua celebreremo circa 40 battesimi adulti. Nel frattempo, stiamo tenendo corsi prematrimoniali per i tribali che, già uniti secondo le usanze tradizionali, vogliono regolarizzare la loro situazione per poter avere accesso alla vita sacramentale. Per via dell'urgenza legata al mio trasferimento, la domenica di Pasqua sposerò tre coppie”.

A Ban Thoed Thai, p. Ribolini non ha voluto organizzare feste di addio. “Come soldati del Regno di Dio – conclude –, noi missionari dobbiamo essere pronti ad andare dove il Signore e la sua Chiesa ci inviano, senza lasciare spazio a troppe recriminazioni e nostalgie. Così è la vita dell’evangelizzatore, il Signore ci invita a non mettere radici troppo profonde e a non attaccarsi alle cose e alle persone come fossero nostre”.

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