31/03/2015, 00.00
MEDIO ORIENTE - ISLAM
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P. Samir: La coalizione militare araba, possibile forza di pace per garantire il pluralismo

di Samir Khalil Samir
Per la prima volta nella storia, una diecina di Paesi arabi hanno deciso di varare una forza militare comune per combattere il terrorismo. L’idea di per sé buona, nella pratica sta scivolando verso una lotta confessionale fra sunniti e sciiti. E invece potrebbe combattere lo Stato islamico, garantire il ritorno dei cristiani in Iraq e in Siria, spingere alla pace fra Israele e Palestina.

Roma (AsiaNews) - Due giorni fa la Lega araba, riunita al Cairo, ha deciso di dare il via a una forza militare comune per combattere il terrorismo. Il problema è che la “prova” di questo impegno la si sta avendo combattendo non il terrorismo, ma gli Houthi sciiti dello Yemen, che stanno cercando di occupare zone importanti per il traffico marittimo (lo stretto di Bab el-Mandel) ed hanno esautorato il presidente Abd Rabbo Mansur Hadi, fuggito prima a Aden e poi a Riyadh.

Questa coalizione militare  è fatta soprattutto da Paesi a maggioranza sunnita. Ci chiediamo se con questa forza non si voglia scatenare una guerra religiosa fra sunniti e sciiti.

Ambiguità di quest’alleanza

Da una parte la nascita di questa forza è una cosa positiva: che una decina di Paesi arabi si siano decisi a lottare loro stessi – e non ad incaricare l’occidente dei loro problemi – è un caso rarissimo nella storia del mondo arabo. Lo scopo, di per sé è quello di lottare contro lo Stato islamico. E questo è un altro elemento positivo perché mostra che tutti sono coscienti che non è possibile far espandere un islam così radicale e disumano.

Allo stesso tempo, l’applicazione di questa forza è stata fatta contro lo Yemen, contro le tribù Houthi sciite. Per questo la coalizione ha preso subito una colorazione religiosa.

Forse non tutti i Paesi partecipanti hanno questa visione. Paesi come l’Arabia saudita o il Qatar mirano senz’altro agli sciiti. E quando si dice “sciiti” essi intendono l’Iran. Si sa che Riyadh non è contenta di vedere la crescita dell’influenza iraniana nella penisola araba. In modo esplicito, l’ambasciatore saudita ha detto che essi vogliono fermare l’influenza di Teheran che sta sviluppando la sua energia atomica, ed è accusata di voler procurarsela, proprio da quel Paese che ce l’ha da decenni, Israele! Ma per fortuna i dibattiti tra l’Iran e l’Occidente che si svolgono in questi giorni sembrano portare frutti positivi … dopo 30 anni di scontro.

Bisogna superare l’animosità religiosa storica

Certo vi è un’animosità storica dei sunniti contro gli sciiti, che si concretizza nell’inimicizia contro il più grande Paese sciita, l’Iran.

La coalizione vuole evitare che le tensioni si diffondano dallo Yemen a tutta la penisola arabica. Ma tutto si mescola insieme.

Se però, mantengono lo scopo primario di combattere il terrorismo, e intanto riescono a calmare la ribellione degli Houthi, allora il mondo arabo (e dietro di lui il mondo islamico) avrà fatto un gran passo avanti.

Va detto che per pacificare la situazione occorre che nello Yemen siano dati più diritti agli Houthi: essi sono il 30% della popolazione e vogliono avere condivisione delle risorse e del potere. Essi si sentono emarginati. Se vogliamo la pace, non è con la guerra che la si ottiene, ma con la giustizia, garantendo dei diritti. Ma questo è un problema non ancora recepito nello Yemen e in tutto il mondo arabo-islamico.

Pensiamo all’Iraq di Saddam Hussein: ha mantenuto il potere nella sua tribù e fra i sunniti,  emarginando sciiti e curdi; quando lui è caduto, gli sciiti di al-Maliki si sono presi tutto il potere e hanno emarginato i sunniti. Per questo i sunniti sono diventi sostenitori dell’ISIS. La presa di Mosul da parte dell’ISIS è stata così facile, come una passeggiata, perché la popolazione sunnita ha aperto loro le porte.

E’ necessario uscire da questa mentalità clanica nel mondo arabo: io sto al potere e lo condivido solo con quelli della mia razza, del mio gruppo etnico, della mia religione.

Quando questa mentalità clanica prende il colore della religione è la cosa più brutta: essendo la religione la cosa più intima, che definisce la mia identità,  io mi sento emarginato e soppresso e questo porta a una rivolta radicale.

Spero proprio che prima o poi potremo arrivare a superare questo blocco.

Combattere la violenza e chi la pratica, non la minoranza

La coalizione militari ha dei buoni numeri: ha soldi, perché vi sono i Paesi petroliferi; persone, perché vi partecipa l’Egitto, il Paese arabo più popoloso (90 milioni), con un buon esercito. Questo può dare un buon risultato: un’unione araba di difesa per limitare i movimenti terroristi che ogni tanto sorgono nel mondo islamico: al Qaeda, al Nusra e adesso lo Stato islamico; ma anche per limitare i movimenti fondamentalisti che facilmente diventano terroristi, come i salafiti e i Fratelli musulmani.

Ma c’è una condizione: occorre combattere contro la violenza e basta, in modo indipendente dalla qualifica religiosa.

Accettare la diversità come un elemento positivo

Nella storia vi è stata una continua lotta fra sunniti e sciiti. Chi domina per numero sono i sunniti; gli sciiti sono solo il 15% della popolazione islamica. Ma i sunniti non hanno mai sopportato la differenza. Questo è il problema dell’islam fin dall’inizio: tutti devono essere musulmani; o credenti (cioè cristiani ed ebrei), ma al massimo sopportati; o non esistere. Non vi è libertà religiosa e di pensiero. L’islam è nato in un ambiente desertico, che radicalizza tutto. Il deserto può essere bello, ma anche cattivo.

E’ tempo di accettare la mescolanza, il pluralismo reale. Finora sono stati fatti solo pochi passi. Il Libano, ad esempio, grazie al suo carattere geografico montagnoso e alla presenza dei cristiani (protetti dalle potenze occidentali fin dal XVI secolo), ha dato vita a una convivenza che dura ancora oggi. La Tunisia, per l’influenza della colonizzazione francese e di Habib Bourghiba, è riuscita ad ammettere una certa libertà religiosa e una distinzione fra religione e politica. Ma in altri Paesi è ancora difficile.  Anche l’Egitto ha uno stile di convivenza, anche se un po’ fragile dato lo squilibrio esistente fra le comunità (90% musulmani; 10% cristiani).

E’ un peccato che questa forza militare comune abbia iniziato con una lotta contro un gruppo sciita. Spero che non si arrivi fino a una totale ingiustizia verso gli Houthi, ma alla fine si dia più diritti a questi ribelli. In ogni caso, il problema più grosso è passare alla lotta contro i terroristi – che al momento sono sunniti fondamentalisti – arrivando a superare le divisioni in base alla religione.

L'importante ruolo dei cristiani

E i cristiani? Devono essere preoccupati? Qui emerge un terzo passo che questa coalizione deve fare, il più importante: è la ricostruzione, soprattutto pensando alla Siria e all’Iraq. Questo significa garantire la protezione e il ritorno dei cristiani alle loro case. Sarebbe davvero un peccato per il Paese, se la minoranza cristiana in Iraq sparisse. Tutti i musulmani che hanno un po’ di cultura, dicono che hanno bisogno della presenza cristiana per mantenere un’apertura alla cultura e al mondo.

Per i più, i cristiani sono visti solo come un gruppo legato all’occidente; ma per le persone colte, essi sono un gruppo molto importante per l’apertura, la pacificazione, lo sviluppo, l’economia dei Paesi arabi.

Una collaborazione militare fra i Paesi del mondo arabo è auspicabile ed è un buon passo, purché sia davvero contro chi viola la convivenza, la democrazia, la giustizia e la pace, sia questo l’Iran, Israele, o chiunque altro.

Combattere contro il terrorismo potrebbe essere anche una strada per collaborare e fare la pace con Israele, una buona volta.

Ma occorre accettare la diversità: è questo che costa. L’islam ha una visione politico-militare della sua missione: la terra viene conquistata all’islam.  Occorre uscire dal pensiero totalitario religioso per dare spazio alla convivenza pacifica.

E io spero che un giorno sunniti e sciiti potranno riconciliarsi, perché questa violenza reciproca è una vergogna. Qualche cristiano potrebbe pensare: Tanto meglio se si uccidono fra di loro! Ma è sbagliato. Nella lotta fra sunniti e sciiti domina la mentalità totalitaria che esclude il diverso. E per questo, oggi magari tocca agli sciiti, domani tocca a un altro gruppo.

Invece è urgente partire dall’altra visione: essere fratelli, avendo tutti il diritto a vivere e a svilupparsi, imparando a convivere e a trovare dei compromessi.  Se invece la mentalità è quella totalitaria, superba, che disprezza gli altri, non se ne esce.

Ultima fase, la pace tra Paesi arabi e Israele

Questa coalizione è una speranza: nascendo da Paesi che non sono proprio fratelli, potrebbe far nascere una nuova mentalità di collaborazione tra tutti i Paesi arabi, per una solidarietà tra ricchi e poveri, e soprattutto per maggiore giustizia e democrazia.

La Lega Araba, fondato al Cairo più di 70 anni fa (esattamente il 22 marzo 1945), non ha fatto quasi niente di costruttivo durante tutti questi decenni. E non hanno fatto quasi nulla per fra nascere uno Stato palestinese! In pratica, ormai tutti i Paesi arabi hanno riconosciuto lo Stato d’Israele, anche se non giuridicamente. Anche quei Paesi che a parole hanno giurato di distruggere Israele, non hanno mosso un dito. Il riconoscimento delle Stato Palestinese dall’ONU, che dovrebbe avvenire (speriamo) prossimamente, sarebbe un grande passo avanti verso la pace. Si comincerebbe finalmente a realizzare cio’ che è stato stabilito dalle Nazioni Unite nel 1948, cioè il riconoscimento di due Stati distinti e indipendenti: Palestina ed Israele. Non c’è altra via per una pace nel Medio Oriente, e sarebbe un grande passo avanti per la pace nel mondo!

Dal punto di vista politico, l’Occidente sta un po’ a guardare questa forza militare araba comune, anche se gli Usa  stanno dando appoggio logistico ai Sauditi nella loro lotta in Yemen. D’altra parte, l’accordo sul nucleare che si cerca di raggiungere a Losanna in questi giorni, tra l’Iran e i 5 membri del Consiglio di sicurezza dell'Onu, più la Germania, aprirebbe la strada ad una nuova  era nella regione. Forse non piacerà né ai Paesi arabi petroliferi, né ad Israele, ma potrebbe ristabilire un po’ di giustizia e di legalità nella regione.

Insomma, questa  coalizione araba, se gestita con diplomazia e buon senso, e non con fanatismo e violenza come al solito, potrebbe essere una tappa verso una prima collaborazione regionale da attuare nel prossimo decennio!  

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