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  • » 02/03/2017, 12.06

    VATICANO-ITALIA

    Papa Francesco, la crisi della vita consacrata e la gioia

    Piero Gheddo

    La cultura del provvisorio, la complessità del mondo giovanile, l’idolo della ricchezza, la discesa nell’abitudinarietà portano spesso tante vocazioni all’abbandono. L’amore alla persona di Cristo è la fonte della gioa e della missione. Padre Gheddo si confessa: “Recito questa preghiera ogni mattina”.

    Milano (AsiaNews) - La Quaresima è per ogni cristiano un tempo liturgico prezioso e importante, che ci prepara alla Risurrezione con Cristo nel giorno di Pasqua. Per gustare la gioia e la pace della vita nuova con Gesù nel cuore, dobbiamo chiedere a Dio la grazia della fedeltà alla vocazione che caratterizza la nostra personalità cristiana.

    Fra i discorsi che Papa Francesco tiene ogni giorno, mi interessano quelli più vicini alla mia vita di sacerdote missionario del Pime (dal 1953). Il 28 gennaio 2017 il Papa ha ricevuto i partecipanti all’ “Assemblea plenaria della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica”. Il tema discusso nell’Assemblea era: “La Fedeltà alla Vocazione” e gli abbandoni che tutti lamentano.

    “Siamo di fronte ad una emorragia che indebolisce la vita consacrata e la vita stessa della Chiesa. Gli abbandoni nella vita consacrata ci preoccupano”, ha detto Francesco ed ha continuato esaminando i tre principali fattori che causano l’infedeltà:

    • la cultura del provvisorio. Un ottimo giovane ha detto al suo arcivescovo: “Io voglio diventare prete, ma solo per dieci anni”;
    • il mondo giovanile è molto complesso, “ricco e sfidante….Ci sono giovani meravigliosi e non sono pochi… però anche molte vittime della logica della mondanità, che si può sintetizzare così: “Ricerca del successo a qualunque prezzo, del denaro facile e del piacere facile”.
    • “All’interno della stessa vita consacrata, accanto a tanta santità – c’è tanta santità nella vita consacrata! – non mancano situazioni di contro-testimonianza, la routine, la stanchezza, il peso della gestione delle strutture, le divisioni interne, la ricerca di potere, una maniera mondana di governare gli Istituti, un servizio dell’autorità che a volte diventa autoritarismo e altre volte un “lasciar fare”.

    Il discorso è lungo e complesso, parla di vita comunitaria, di “accompagnamento” delle vocazioni, un piccolo trattato sul tema della fedeltà alla vocazione. Il nucleo centrale è questa proposta incisiva, lapidaria: “Se la vita consacrata vuole mantenere la sua missione profetica e il suo fascino, continuando ad essere scuola di fedeltà per i vicini e per i lontani (cfr Ef 2,17), deve mantenere la freschezza e la novità della centralità di Gesù, l’attrattiva della spiritualità e la forza della missione, mostrare la bellezza della sequela di Cristo e irradiare speranza e gioia. Speranza e gioia. Questo ci fa vedere come va una comunità, cosa c’è dentro. C’è speranza, c’è gioia? Va bene. Ma quando viene meno la speranza e non c’è gioia, la cosa è brutta”.

     

    La fedeltà alla vocazione della vita consacrata è fondata su un amore profondo a Gesù Cristo, che riscalda il cuore (e questo vale anche per la fedeltà ad esempio, al matrimonio “per sempre”).  Se si spegne questo fuoco interiore, la fedeltà alla chiamata di Dio non è più possibile. I primi missionari del Pime recitavano, dal 1850 (e recitiamo ancor oggi), la “Preghiera per impetrare fedeltà alla santa vocazione”, che racchiude tutti i sentimenti per dare ai consacrati la fedeltà agli impegni presi col Signore Gesù e la Chiesa:

    “Voi mi avete chiamato, amorosissimo mio Gesù, per vostra somma bontà e degnazione, alla grazia grande dell’apostolato, perché tutto mi consacri a procurare la salvezza delle anime abbandonate dei poveri infedeli, abbracciando a tal fine una vita di fatiche e di stenti, lontano dalle persone e cose più care, per imitare più perfettamente voi che scendeste dal Cielo, vi faceste uomo, faticaste e moriste per salvare tutti gli uomini. Io profondamente vi ringrazio di tanta predilezione che avete avuto per me, misero ed indegno vostro figlio. Fate, o Signore Gesù, che io corrisponda con fedeltà a questo insigne vostro dono e mi tenga sempre cari i sacrifici che vi sono congiunti. Fatemi forte contro ogni tentazione e debolezza mia, affinché io cresca e duri fino alla morte nello spirito apostolico e risponda in tutto e sempre ai misericordiosi disegni che avete su di me. Maria santissima…….”.

    E’ una bella preghiera, perché richiama ogni giorno, a noi persone consacrate, il senso della nostra vita. Io la recito con calma a letto, quando mi sveglio al mattino. Fra meno di un mese compio gli anni, che sono tanti (la quarta età?), ma preghiere come questa mi rinnovano la vita e la gioia di avere sempre Gesù con me. Viviamo invece in una società relativista (una religione vale l’altra), secolarizzata (vivere “come se Dio non esistesse”) e materialista (l’idolo di oggi è il denaro). Per essere fedele alla sua vocazione il sacerdote, e il consacrato alla vita religiosa, deve convertirsi alla “passione missionaria” di annunziare e testimoniare agli uomini l’unica ricchezza che abbiamo, e di cui tutti hanno bisogno: il Signore Gesù! Il motore della “passione missionaria” è l’amore a Gesù Cristo.

    Il mio grande confratello beato padre Paolo Manna, fondatore della Pontificia Unione missionaria del clero e dei religiosi, scriveva ai missionari del Pime: “Preti mediocri non ci servono. Oggi ci vogliono preti santi”. Ecco la sfida che ci sta di fronte. Che fare? Non c’è dubbio, non rinchiuderci nel tran-tran della nostra vita abitudinaria, ma nutrire sempre grandi ideali e prima di tutto l’ideale di innamorarci profondamente di Gesù Cristo che ci ha chiamati a seguirlo. Gesù il Cristo non è solo il Verbo di Dio da credere, da approfondire intellettualmente, da annunziare e spiegare a chi ci ascolta: è una persona da amare, il Figlio dell’eterno Padre che s’è fatto uomo per salvarci. La fede in senso intellettuale oggi non basta più. Ci vuole la passione per Cristo, l’entusiasmo di annunziare il Vangelo, di gridare il Vangelo con la nostra vita. Dobbiamo avere, noi sacerdoti  (e persone consacrate), la coscienza della nostra grandezza perché siamo chiamati alle splendide avventure della fede: “L’anima mia magnifica il Signore!”. Da qui nasce la missione e l’entusiasmo missionario, che rallegrano il cuore e la vita.

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