10/07/2015, 00.00
VATICANO – BOLIVIA
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Papa in Bolivia: ai detenuti, Gesù ci preserva dalla disperazione e ci stimola a continuare a camminare

In visita al Centro di rieducazione Santa Cruz-Palmasola, Francesco ha parlato della prigionia, che deve rispettare la dignità umana e da vedere in una prospettiva di reinserimento e della preghiera. “Quello che sta davanti a voi è un uomo perdonato. Un uomo che è stato ed è salvato dai suoi molti peccati”.

Santa Cruz (AsiaNews) – A Gesù possiamo consegnare le ferite, i nostri dolori, anche i nostri peccati. “Nelle sue piaghe, trovano posto le nostre piaghe. Per essere curate, lavate, trasformate, risuscitate. Egli è morto per voi, per me, per darci la mano e sollevarci". L’ultimo appuntamento in Bolivia, voluto da papa Francesco, è stato con i tremila detenuti del Centro di rieducazione Santa Cruz-Palmasola, luogo proverbiale in Bolivia per la durezza del trattamento che ha provocato in passato rivolte duramente represse, l’ultima delle quali nell’agosto 2013 costata 35 vittime. Per la visita del Papa è stato consentito l’ingresso dei familiari e ai bambini figli dei detenuti sono stati dati cappellini e palloncini gialli, cosicché il campo sportivo dove si è svolto l’incontro (nella foto) appariva segnato da molte macchie gialle.

“Non potevo lasciare la Bolivia senza venire a trovarvi – ha detto - senza condividere la fede e la speranza che nascono dall'amore offerto sulla croce. Grazie per avermi accolto. So che vi siete preparati e avete pregato per me. Vi ringrazio tanto”. “Nelle testimonianze di coloro che sono intervenuti – ha proseguito - ho potuto constatare come il dolore non è in grado di spegnere la speranza nel profondo del cuore, e che la vita continua a germogliare con forza in circostanze avverse. Chi c’è davanti a voi? Potreste domandarvi. Vorrei rispondere alla domanda con una certezza della mia vita, con una certezza che mi ha segnato per sempre. Quello che sta davanti a voi è un uomo perdonato. Un uomo che è stato ed è salvato dai suoi molti peccati. Ed è così che mi presento. Non ho molto da darvi o offrirvi, ma quello che ho e quello che amo, sì, voglio darvelo, voglio condividerlo: è Gesù, Gesù Cristo, la misericordia del Padre”.

 “Egli è venuto a mostrarci, a rendere visibile l’amore che Dio ha per noi. Per voi, per te, per te, per te, per me... Un amore attivo, reale. Un amore che ha preso sul serio la realtà dei suoi. Un amore che guarisce, perdona, rialza, cura. Un amore che si avvicina e restituisce dignità. Una dignità che possiamo perdere in molti modi e forme. Ma Gesù è un ostinato in questo: ha dato la vita per questo, per restituirci l’identità perduta, per rivestirci con tutta la sua forza di dignità”.

“Mi viene alla memoria un’esperienza che può aiutarci: Pietro e Paolo, discepoli di Gesù, sono stati anche prigionieri. Sono stati anche privati della libertà. In quella circostanza, c’è stato qualcosa che li ha sostenuti, qualcosa che non li ha lasciati cadere nella disperazione, che non li ha lasciati cadere nell’oscurità che può scaturire dal non senso. E’ stata la preghiera. E’ stata la preghiera. Preghiera personale e comunitaria. Loro hanno pregato e per loro pregavano. Due movimenti, due azioni che insieme formano una rete che sostiene la vita e la speranza. Ci preserva dalla disperazione e ci stimola a continuare a camminare. Una rete che sostiene la vita, la vostra vita e quella dei vostri famigliari. Tu parlavi di tua madre… La preghiera delle madri, la preghiera degli sposi, dei figli: questa è una rete. La vostra rete che porta avanti la vita”.

 “Perché quando Gesù entra nella vita, uno non resta imprigionato nel suo passato, ma inizia a guardare il presente in un altro modo, con un’altra speranza. Uno inizia a guardare con altri occhi la propria persona, la propria realtà con occhi diversi. Non resta ancorato in quello che è successo, ma è in grado di piangere e lì trovare la forza di ricominciare. E se in qualche momento ci sentiamo tristi, male, abbattuti, vi invito a guardare il volto di Gesù crocifisso. Nel suo sguardo tutti possiamo trovare posto. Tutti possiamo affidare a Lui le nostre ferite, i nostri dolori, così come i nostri errori,  anche i nostri peccati. Tante cose, nelle quali possiamo esserci sbagliati. Nelle sue piaghe di Gesù, trovano posto le nostre piaghe. Tutti siamo ‘piagati’, in un modo o nell’altro. Portare le nostre piaghe alle piaghe di Gesù, Perché? Per essere curate, lavate, trasformate, risuscitate. Egli è morto per voi, per me, per darci la mano e sollevarci. Parlate: parlate con i sacerdoti che vengono, parlate!. Parlate con i fratelli e le sorelle che vengono, parlate! Parlate con tutti quelli che vengono a parlarvi con Gesù. Gesù vuole risollevarci sempre”.

 “Questa certezza ci spinge a lavorare per la nostra dignità. La reclusione non è lo stesso di esclusione: che rimanga chiaro questo! Perché la reclusione è parte di un processo di reinserimento nella società. Sono molti gli elementi che giocano contro di voi in questo luogo – lo so bene  e voi avete menzionato in modo molto chiaro molti di questi: il sovraffollamento, la lentezza della giustizia, la mancanza di terapie occupazionali e di politiche riabilitative, la violenza, le carenze di strutture, di possibilità di studio universitario… E ciò rende necessaria una rapida ed efficace alleanza tra istituzioni per trovare risposte. Tuttavia, mentre si lotta per questo, non possiamo dare tutto per perso. Ci sono cose che possiamo già fare ora”.

 “Qui, in questo Centro di Riabilitazione, la convivenza dipende in parte da voi. La sofferenza e la privazione possono rendere il nostro cuore egoista e dar luogo a conflitti, ma abbiamo anche la capacità di trasformarle in occasione di autentica fraternità. Aiutatevi tra di voi. Non abbiate paura di aiutarvi fra di voi. Il diavolo cerca lo scontro, cerca la rivalità, cerca la divisione, cerca le fazioni. Non fate il suo gioco! Lottate per andare avanti, uniti!”. “Avete un compito importante – ha detto più tardi alle guardie carcerarie - in questo processo di reinserimento. Il compito di rialzare e non di abbassare; di dare dignità e non di umiliare; di incoraggiare e non di affliggere”.

Lasciato il penitenziario, il Papa ha avuto un incontro informale con i vescovi della Bolivia nella chiesa parrocchiale di Santa Cruz. Alle 13.20 (ora locale) l’aereo papale è decollato verso il Paraguay. Sull’aereo non c’è l’onorificenza con il Crocifisso su falce e martello. “Questa mattina prima di congedarsi - ha fatto sapere il direttore della Sala stampa della Santa Sede, padre Federico Lombardi - Papa Francesco ha celebrato la Santa Messa nella Cappella della residenza privata dell’Arcivescovo emerito di Santa Cruz de la Sierra. E al termine della
Celebrazione Eucaristica il Santo Padre ha consegnato alla Vergine di Copacabana, Patrona della Bolivia, le due Onorificenze conferitegli mercoledì dal Presidente dello Stato, Evo Morales, nel corso della visita di cortesia al Palazzo Presidenziale a La Paz”.

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