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  • » 07/09/2017, 16.49

    VATICANO-COLOMBIA

    Papa in Colombia: la riconciliazione sia basata sulla forza della legge e sul perdono



    Nel suo primo incontro nel Paese sudamericano Francesco raccomanda l’inclusione di tutti i cittadini, in modo particolare dei più deboli, tutela della famiglia, della vita e della natura. “Occorrono leggi giuste” per “aiutare a superare i conflitti che hanno distrutto questa Nazione per decenni; leggi che non nascono dall’esigenza pragmatica di ordinare la società bensì dal desiderio di risolvere le cause strutturali della povertà che generano esclusione e violenza”.

    Bogotà (AsiaNews) – Riconciliazione nazionale basata sulla forza della legge e non sulla legge del più forte, inclusione di tutti i cittadini, in modo particolare dei più deboli, tutela della famiglia, della vita e della natura. E’ l’auspicio che papa Francesco ha rivolto alla Colombia, nel suo primo intervento, oggi a Bogotà, di fronte alle autorità politiche e religiose, il corpo diplomatico, imprenditori e rappresentanti della società civile e della cultura (nella foto).

    All’appuntamento nel Palazzo presidenziale “Casa de Nariño” Francesco è arrivato alle 9, ora locale, scortato da un gruppo di militari a cavallo. Accolto dal presidente della Colombia, Juan Manuel Santos Calderón - premio Nobel per la pace - e dalla moglie María Clemencia Rodríguez Múnera, vestita di un inconsueto abito bianco, il Papa è stato accompagnato nella Plaza de Armas del palazzo, dove erano raccolte circa 700 persone. Cori, un folto gruppo di bambini, l’accensione di una fiaccola a forma di colomba hanno preceduto il saluto del presidente, che ha ringraziato per la visita e parlato di pace, riconciliazione e perdono in un Paese “unico al mondo” per voler essere “un monumento alla pace”.

    Il Papa ha innanzi tutto espresso “apprezzamento per gli sforzi compiuti, negli ultimi decenni, per porre fine alla violenza armata e trovare vie di riconciliazione. Nell’ultimo anno certamente si è progredito in modo particolare; i passi avanti fanno crescere la speranza, nella convinzione che la ricerca della pace è un lavoro sempre aperto, un compito che non dà tregua e che esige l’impegno di tutti. Lavoro che ci chiede di non venir meno nello sforzo di costruire l’unità della nazione e, malgrado gli ostacoli, le differenze e i diversi approcci sul modo di raggiungere la convivenza pacifica, persistere nella lotta per favorire la cultura dell’incontro, che esige di porre al centro di ogni azione politica, sociale ed economica la persona umana, la sua altissima dignità, e li rispetto del bene comune. Che questo sforzo ci faccia rifuggire da ogni tentazione di vendetta e ricerca di interessi solo particolari e a breve termine”.

    “Il motto di questo Paese – ha proseguito Francesco - recita: «Libertà e Ordine». In queste due parole è racchiuso tutto un insegnamento. I cittadini devono essere stimati nella loro libertà e protetti con un ordine stabile. Non è la legge del più forte, ma la forza della legge, quella che è approvata da tutti, a reggere la convivenza pacifica. Occorrono leggi giuste che possano garantire tale armonia e aiutare a superare i conflitti che hanno distrutto questa Nazione per decenni; leggi che non nascono dall’esigenza pragmatica di ordinare la società bensì dal desiderio di risolvere le cause strutturali della povertà che generano esclusione e violenza. Solo così si guarisce da una malattia che rende fragile e indegna la società e la lascia sempre sulla soglia di nuove crisi. Non dimentichiamo che l’ingiustizia è la radice dei mali sociali (cfr ibid., 202). In questa prospettiva, vi incoraggio a rivolgere lo sguardo a tutti coloro che oggi sono esclusi ed emarginati dalla società, quelli che non contano per la maggioranza e sono tenuti indietro e in un angolo. Tutti siamo necessari per creare e formare la società”. E questo si fa con tutti. “Ieri e oggi, fissiamo lo sguardo sulle diverse etnie e gli abitanti delle zone più remote, sui contadini. La fissiamo sui più deboli, su quanti sono sfruttati e maltrattati, su quelli che non hanno voca perché ne sono stati privati, o non l’hanno avuta, o non è loro riconosciuta. Fissiamo lo sguardo anche sulla donna, sul suo apporto, il suo talento, il suo essere ‘madre’ nei diversi compiti. La Colombia ha bisogno di tutti per aprirsi al futuro con speranza”.

    “La Chiesa, fedele alla sua missione, è impegnata per la pace, la giustizia e il bene comune. E’ consapevole che i principi evangelici costituiscono una dimensione significativa del tessuto sociale colombiano e per questo possono contribuire molto alla crescita del Paese; in modo speciale il sacro rispetto della vita umana, soprattutto la più debole e indifesa, è una pietra angolare nella costruzione di una società libera dalla violenza. Inoltre, non possiamo non mettere in risalto l’importanza sociale della famiglia, sognata da Dio come il frutto dell’amore degli sposi, «luogo dove si impara a convivere nella differenza e ad appartenere ad altri» (ibid., 66). E, per favore, vi chiedo di ascoltare i poveri, quelli che soffrono. Guardateli negli occhi e lasciatevi interrogare in ogni momento dai loro volti solcati di dolore e dalle loro mani supplicanti. Da loro si imparano autentiche lezioni di vita, di umanità, di dignità. Perché loro, che gemono in catene, comprendono le parole di colui che morì sulla croce – come recita il vostro inno nazionale”.

    Il Papa, che ha raccomandato la cura delle bellezze naturali del Paese, ha concluso il suo discorso citando un passo di Gabriel García Marquez: «Tuttavia, davanti all’oppressione, il saccheggio e l’abbandono, la nostra risposta è la vita. Né diluvi né pestilenze, né fame né cataclismi, e nemmeno le guerre infinite lungo secoli e secoli hanno potuto ridurre il tenace vantaggio della vita sulla morte. Un vantaggio che aumenta e accelera». E’ dunque possibile – continua lo scrittore – «una nuova e travolgente utopia della vita, dove nessuno possa decidere per gli altri persino il modo di morire, dove davvero sia certo l’amore e sia possibile la felicità, e dove le stirpi condannate a cent’anni di solitudine abbiano infine e per sempre una seconda opportunità sulla terra».

     

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