05/09/2019, 18.40
MOZAMBICO - VATICANO
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Papa in Mozambico: a sacerdoti, non ‘pietrificarsi’ nella nostalgia dei tempi passati

Nell’incontro con gli operatori pastorali del Mozambico, Francesco raccomanda di rinnovare la         “chiamata” di Gesù. ““Di fronte alla crisi dell’identità sacerdotale, forse dobbiamo uscire dai luoghi importanti e solenni; dobbiamo tornare ai luoghi in cui siamo stati chiamati, dove era evidente che l’iniziativa e il potere erano di Dio”.

Maputo (AsiaNews) – Per combattere la crisi dell’identità sacerdotale bisogna rinnovare la       “chiamata” di Gesù, lasciare sicurezze e ritualità per scegliere di dire di sì e “stancarci con ciò che è fecondo agli occhi di Dio, che rende presente, incarna il suo Figlio Gesù”. E’ stato dedicato a vescovi, sacerdoti, religiosi e laici impegnati il pomeriggio della prima giornata di papa Francesco in Mozambico, cominciata nella cattedrale dell’Immacolata Concezione di Maputo e proseguita con la visita alla Casa Matteo 25, l’opera dedicata all’assistenza a giovani e bambini di strada.

Appuntamenti preceduti da un incontro, in nunziatura con i membri della Comunità di Xai-Xai, una città portuale dell’Oceano Indiano situata nei pressi della foce del fiume Limpopo che fu sommersa completamente dalla grave alluvione che colpì il Mozambico meridionale nel febbraio del 2000 e conclusi, al rientro in nunziatura con un incontro privato con i membri della Compagnia di Gesù del Mozambico.

In un Paese nel quale oltre metà della popolazione è legata alle religioni tradizionali, a vescovi, sacerdoti e operatori pastorali raccolti in cattedrale, Francesco ha detto che “ci piaccia o no, siamo chiamati ad affrontare la realtà così com’è. I tempi cambiano e dobbiamo riconoscere che spesso non sappiamo come inserirci nei nuovi scenari”. Si tratta di “guardare avanti”, alla Terra promessa e non “pietrificarsi” nella “nostalgia dei tempi passati”. “Di fronte alla crisi dell’identità sacerdotale, forse dobbiamo uscire dai luoghi importanti e solenni; dobbiamo tornare ai luoghi in cui siamo stati chiamati, dove era evidente che l’iniziativa e il potere erano di Dio. A volte senza volerlo, senza colpa morale, ci abituiamo a identificare la nostra attività quotidiana di sacerdoti con determinati riti, con riunioni e colloqui, dove il posto che occupiamo nella riunione, alla mensa o in aula è gerarchico”

“Rinnovare la chiamata spesso richiede di verificare se la nostra stanchezza e le nostre preoccupazioni hanno a che fare con una certa ‘mondanità spirituale’ dettata «dal fascino di mille proposte di consumo che non possiamo scrollarci di dosso per camminare, liberi, sui sentieri che ci conducono all’amore dei nostri fratelli, al gregge del Signore”.

Si tratta di saper mostrare ai giovani la via della sequela di Gesù “in modo che, abbagliati dalla gioia di una donazione quotidiana non imposta ma maturata e scelta nel silenzio e nella preghiera, vogliano dire il loro ‘sì’, resistendo alle “molte proposte ben confezionate, che si presentano belle e intense”, ma con il tempo lasceranno svuotato, stanco e solo.

“Voi – almeno i più anziani – che siete stati testimoni di divisioni e rancori finiti in guerre, dovete essere sempre disposti a ‘visitarvi’, ad accorciare le distanze. La Chiesa del Mozambico è invitata a essere la Chiesa della Visitazione; non può far parte del problema delle competenze, del disprezzo e delle divisioni degli uni contro gli altri, ma porta di soluzione, spazio in cui siano possibili il rispetto, l’interscambio e il dialogo. La domanda posta su come comportarci rispetto a un matrimonio interreligioso ci sfida riguardo a questa persistente tendenza che abbiamo alla frammentazione, a separare piuttosto che unire. E lo stesso succede per il rapporto tra nazionalità, tra etnie, tra quelli del nord e quelli del sud, tra comunità, sacerdoti e vescovi. È una sfida perché, finché non si sviluppa «una cultura dell’incontro in una pluriforme armonia», si richiede «un costante processo nel quale ogni nuova generazione si vede coinvolta. È un lavoro lento e arduo che esige di volersi integrare e di imparare a farlo». È il requisito necessario per la «costruzione di un popolo in pace, giustizia e fraternità», per «lo sviluppo della convivenza sociale e la costruzione di un popolo in cui le differenze si armonizzino all’interno di un progetto comune» (ibid., 220-221). Come Maria è andata fino alla casa di Elisabetta, così anche noi nella Chiesa dobbiamo imparare la strada da seguire in mezzo a nuove problematiche, cercando di non restare paralizzati da una logica che contrappone, divide, condanna. Mettetevi in cammino e cercate una risposta a queste sfide chiedendo la sicura assistenza dello Spirito Santo. È Lui il Maestro in grado di mostrare le nuove strade da percorrere”.

La Casa Matteo 25, dove Francesco si è recato dopo l’incontro in cattedrale, è frutto di una iniziativa della nunziatura apostolica e di più di 20 congregazioni religiose locali, essa aiuta i giovani e i bambini di strada, che non hanno nulla da mangiare e, spesso, non sanno nemmeno dove dormire. Ogni giorno vengono servite in media da 70 a 120 persone: bambini, giovani e adulti (uomini e donne). Tra queste ci sono persone con diversi tipi di povertà: bambini di strada (tutti maschi), persone che vivono per strada, gente che vive lavando le auto, tossicodipendenti (alcool, droghe, ecc.), malati, senzatetto, ex detenuti.

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