29/06/2019, 12.17
VATICANO
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Papa: Come a Pietro, Cristo dice a noi: ‘mia Chiesa’

All’Angelus, papa Francesco invita tutti a dire “mia Chiesa”, non “con un senso di appartenenza esclusivo, ma con un amore inclusivo”. Pietro e Paolo “ci invitano a riscoprire la gioia di essere fratelli e sorelle nella Chiesa”. “Riconoscere i doni degli altri senza malignità e senza invidie”. Il saluto ai pellegrini del Vietnam.

Città del Vaticano (AsiaNews) - Come un giorno a Pietro, oggi Cristo dice a noi “mia Chiesa”: nella sua riflessione prima dell’Angelus nella solennità dei santi Pietro e Paolo, papa Francesco si è soffermato “sull’aggettivo possessivo” con cui Gesù esprime la sua affezione “alla Chiesa, a noi”.

“Per il Signore noi non siamo un gruppo di credenti o un’organizzazione religiosa, siamo la sua sposa. Egli guarda con tenerezza la sua Chiesa, la ama con fedeltà assoluta, nonostante i nostri errori e tradimenti. Come quel giorno a Pietro, oggi dice a noi: ‘mia Chiesa’”.

“E possiamo ripeterlo anche noi: mia Chiesa. Non lo diciamo con un senso di appartenenza esclusivo, ma con un amore inclusivo. Non per differenziarci dagli altri, ma per imparare la bellezza di stare con gli altri, perché Gesù ci vuole uniti e aperti. La Chiesa, infatti, non è ‘mia’ perché risponde al mio io, alle mie voglie, ma perché io vi riversi il mio affetto. È mia perché me ne prenda cura, perché, come gli Apostoli nell’icona, anch’io la sorregga. Come? Con l’amore fraterno”.

Fra Pietro e Paolo, ha continuato, “non mancarono tra loro opinioni contrastanti e dibattiti franchi (cfr Gal 2,11 ss.). Ma quello che li univa era infinitamente più grande: Gesù era il Signore di entrambi, insieme dicevano ‘mio Signore’ a Colui che dice ‘mia Chiesa’. Fratelli nella fede, ci invitano a riscoprire la gioia di essere fratelli e sorelle nella Chiesa. In questa festa, che unisce due Apostoli tanto diversi, sarebbe bello dire: ‘Grazie, Signore, per quella persona diversa da me: è un dono per la mia Chiesa”. Fa bene apprezzare le qualità altrui, riconoscere i doni degli altri senza malignità e senza invidie. L’invidia provoca amarezza dentro, è aceto versato sul cuore. Rende amara la vita. Quant’è bello invece sapere che ci apparteniamo a vicenda, perché condividiamo la stessa fede, lo stesso amore, la stessa speranza, lo stesso Signore”.

“Alla fine del Vangelo Gesù dice a Pietro: «Pasci le mie pecore» (Gv 21,17). Parla di noi e dice mie pecore, con la stessa tenerezza con cui diceva mia Chiesa. Ecco l’affetto che edifica la Chiesa. Per intercessione degli Apostoli, chiediamo oggi la grazia di amare la nostra Chiesa. Chiediamo occhi che sappiano vedere in essa fratelli e sorelle, un cuore che sappia accogliere gli altri con l’amore tenero che Gesù ha per noi. E chiediamo la forza di pregare per chi non la pensa come noi: pregare e amare, non sparlare, magari alle spalle. La Madonna, che portava concordia tra gli Apostoli e pregava con loro (cfr At 1,14), ci custodisca come fratelli e sorelle nella Chiesa”.

Dopo la preghiera mariana, il pontefice ha salutato i pellegrini di Roma, che oggi festeggiano i loro due patroni. Egli ha chiesto loro di “reagire con senso civico ai segni di degrado morale e materiale che purtroppo anche a Roma si riscontrano”.

Dopo un saluto alla delegazione ecumenica del patriarca di Costantinopoli, presente a Roma per la festa dei due apostoli, Francesco ha salutato i fedeli da tante parti del mondo, giunti qui per la consegna del pallio ai loro arcivescovi e metropoliti, citando in particolare i pellegrini del Vietnam.

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