17/06/2007, 00.00
VATICANO
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Papa: La conversione di Francesco, un gesto di amore a Cristo, fonte del dialogo e della pace

Celebrando l’800mo anniversario della conversione del santo di Assisi, Benedetto XVI rivendica il carattere “cristiano” dei valori vissuti dal Poverello, frutti di un amore alla persona di Cristo. L’incontro di Assisi del 1986, “un’intuizione profetica” che fu capace di coniugare dialogo e annuncio.

Assisi (AsiaNews) – La conversione di Francesco a Cristo, “il desiderio di ‘trasformarsi’ in Lui” è la chiave per comprendere il vissuto del santo di Assisi, divenuto modello e ideale nell’impegno su tanti temi del nostro tempo: “la ricerca della pace, la salvaguardia della natura, la promozione del dialogo tra tutti gli uomini. Francesco è un vero maestro in queste cose. Ma lo è a partire da Cristo. È Cristo, infatti, "la nostra pace" (cfr Ef 2,14). È Cristo il principio stesso del cosmo, giacché in lui tutto è stato fatto (cfr Gv 1,3)”.

Con questa ricentratura cristiana del Poverello di Assisi, Benedetto XVI strappa la figura di Francesco dai tentativi di manipolazione ideologica e religiosa, che tende a mostrarlo come un evanescente ecologo innamorato della natura, o come un “buonista” per eccellenza, bonario verso tutto e verso tutti, un “dialogico ad oltranza”, dimentico della propria identità cristiana e dell’annuncio.

Da stamane il pontefice è in pellegrinaggio ai luoghi francescani di Assisi per celebrare l’800mo anniversario della conversione di san Francesco.

Dopo una breve visita a Rivotorto, dove S. Francesco visse con i primi frati per circa due anni, egli ha raggiunto il santuario di San Damiano, dove Francesco ricevette la chiamata del Crocefisso per andare  “riparare la sua Chiesa”, e la chiesa di santa Maria Maddalena, memoria del servizio di San Francesco ai lebbrosi.

Durante l’omelia nella piazza inferiore della basilica, il papa ricostruisce la personalità e la conversione di Francesco riferendosi alle figure di convertiti di cui parla oggi la liturgia dell’XI domenica durante l’anno.

Egli ricorda anzitutto la persona e il peccato di Davide caduto “così in basso”, “accecato dalla passione per Betsabea”. Francesco, continua Benedetto XVI, non ha forse peccato come Davide, ma - secondo quanto lo stesso santo dice nel suo Testamento – “al di là delle singole manifestazioni, peccato era il suo concepire e organizzarsi una vita tutta centrata su di sé, inseguendo vani sogni di gloria terrena”: La sua “naturale generosità d’animo” non gli permetteva di dominare “la ripugnanza fisica” di fronte ai lebbrosi. “Servire i lebbrosi, fino a baciarli –precisa il papa - non fu solo un gesto di filantropia, una conversione, per così dire, ‘sociale’, ma una vera esperienza religiosa, comandata dall’iniziativa della grazia e dall’amore di Dio…. L’uomo è veramente se stesso, e si realizza pienamente, nella misura in cui vive con Dio e di Dio, riconoscendolo e amandolo nei fratelli”.

Il pontefice poi passa a paragonare Francesco e l’apostolo Paolo, il primo che parla di “stigmate” nel proprio corpo, mettendo in chiaro il carattere ecclesiale del loro impegno, non come semplici portatori di valori o di attivismi. “Nella disputa sul modo retto di vedere e di vivere il Vangelo – afferma il papa - alla fine, non decidono gli argomenti del nostro pensiero; decide la realtà della vita, la comunione vissuta e sofferta con Gesù, non solo nelle idee o nelle parole, ma fin nel profondo dell’esistenza, coinvolgendo anche il corpo, la carne. I lividi ricevuti in una lunga storia di passione sono la testimonianza della presenza della croce di Gesù nel corpo di San Paolo, sono le sue stigmate”. E riferendosi ancora a Francesco, aggiunge: “il suo cammino non fu che lo sforzo quotidiano di immedesimarsi con Cristo. Egli si innamorò di Cristo. Le piaghe del Crocifisso ferirono il suo cuore, prima di segnare il suo corpo sulla Verna. Egli poteva veramente dire con Paolo: ‘Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me’”.

La terza figura richiamata dal papa è quella della peccatrice a cui Gesù perdona i peccati perché “ha molto amato”. “In Gesù – aggiunge il papa - Dio viene a donarci amore e a chiederci amore”.  E aggiunge: “Che cosa è stata, miei cari fratelli e sorelle, la vita di Francesco convertito se non un grande atto d’amore? Lo rivelano le sue preghiere infuocate, ricche di contemplazione e di lode, il suo tenero abbraccio del Bimbo divino a Greccio, la sua contemplazione della passione alla Verna, il suo "vivere secondo la forma del santo Vangelo" (2 Test 14: FF 116), la sua scelta della povertà e il suo cercare Cristo nel volto dei poveri. È questa sua conversione a Cristo, fino al desiderio di "trasformarsi" in Lui, diventandone un’immagine compiuta, che spiega quel suo tipico vissuto, in virtù del quale egli ci appare così attuale anche rispetto a grandi temi del nostro tempo, quali la ricerca della pace, la salvaguardia della natura, la promozione del dialogo tra tutti gli uomini. Francesco è un vero maestro in queste cose. Ma lo è a partire da Cristo. È Cristo, infatti, ‘la nostra pace’ (cfr Ef 2,14)… È Cristo la verità divina, l’eterno "Logos", in cui ogni "dia-logos" nel tempo trova il suo ultimo fondamento. Francesco incarna profondamente questa verità "cristologica" che è alle radici dell’esistenza umana, del cosmo, della storia”.

E proprio su questo tema del rapporto fra Logos e dialogo, Benedetto XVI precisa il senso dell’incontro di Assisi che Giovanni Paolo II lanciò nell’ottobre 1986, radunando i rappresentanti delle grandi religioni a pregare per la pace. Secondo alcuni quell’incontro è stato una “svendita” dell’identità cristiana in nome di una impossibile unità con le altre religioni; per altri, lo sviluppo seguente della Chiesa, e della Chiesa di Benedetto XVI, così attenta all’identità cristiana, è stata “un tradimento” di Assisi. Per il papa, invece, quell’incontro di oltre 20 anni fa è stato “un’intuizione profetica e un momento di grazia”. “La scelta di celebrare quell’incontro ad Assisi – ha sottolineato il pontefice - era suggerita proprio dalla testimonianza di Francesco come uomo di pace, al quale tanti guardano con simpatia anche da altre posizioni culturali e religiose. Al tempo stesso, la luce del Poverello su quell’iniziativa era una garanzia di autenticità cristiana, giacché la sua vita e il suo messaggio poggiano così visibilmente sulla scelta di Cristo, da respingere a priori qualunque tentazione di indifferentismo religioso, che nulla avrebbe a che vedere con l’autentico dialogo interreligioso. Lo ‘spirito di Assisi’, che da quell’evento continua a diffondersi nel mondo, si oppone allo spirito di violenza, all’abuso della religione come pretesto per la violenza. Assisi ci dice che la fedeltà alla propria convinzione religiosa, la fedeltà soprattutto a Cristo crocifisso e risorto non si esprime in violenza e intolleranza, ma nel sincero rispetto dell’altro, nel dialogo, in un annuncio che fa appello alla libertà e alla ragione, nell’impegno per la pace e per la riconciliazione”. San Francesco è perciò il modello per tutti i cristiani di un vero atteggiamento evangelico, capace di “coniugare l’accoglienza, il dialogo e il rispetto per tutti con la certezza di fede che ogni cristiano… è tenuto a coltivare, annunciando Cristo come via, verità e vita dell’uomo (cfr Gv 14,6), unico Salvatore del mondo”.

Dopo la messa e l’Angelus, Benedetto XVI si è recato in preghiera silenziosa alla tomba di san Francesco. Nel pomeriggio il papa incontrerà i giovani nella basilica di santa Maria degli Angeli. (BC)

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