11/06/2010, 00.00
VATICANO
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Papa: comprendere nuovamente la grandezza e la bellezza del sacerdozio

Benedetto XVI conclude l’Anno sacerdotale con una messa concelebrata con 15mila preti di tutto il mondo. Proprio in questo “anno di gioia” è venuto alla luce lo scandalo della pedofilia, per il quale chiede perdono a Dio “e alle persone coinvolte”. Che non possa succedere mai più. Nel compito di guidare il suo gregge, il sacerdote deve usare anche il “bastone” contro “l’eresia, il travisamento e il disfacimento della fede”.
Città del Vaticano (AsiaNews) - “Comprendere nuovamente la grandezza e la bellezza del ministero sacerdotale”: è il “mandato” col quale Benedetto XVI ha concluso oggi l’Anno sacerdotale, guidando, in piazza San Pietro la celebrazione con il maggior numero di celebranti mai avvenuta qui: col Papa ci sono infatti 15mila sacerdoti di 91 Paesi del mondo, che, con le loro vesti, hanno “imbiancato” la piazza, dominata dall’arazzo del santo Curato d’Ars – il calice del quale è usato oggi dal Papa durante la messa - indicato da Benedetto XVI come “guida” dell’Anno.
 
Un tempo destinato a un “nuovo brillare del sacerdozio” che non è piaciuto al “nemico”. “Egli - dice Benedetto XVI - avrebbe preferito vederlo scomparire, perché in fin dei conti Dio fosse spinto fuori dal mondo. E così è successo che, proprio in questo anno di gioia per il sacramento del sacerdozio, siano venuti alla luce i peccati di sacerdoti, soprattutto l’abuso nei confronti dei piccoli, nel quale il sacerdozio come compito della premura di Dio a vantaggio dell’uomo viene volto nel suo contrario. Anche noi - aggiunge - chiediamo insistentemente perdono a Dio ed alle persone coinvolte, mentre intendiamo promettere di voler fare tutto il possibile affinché un tale abuso non possa succedere mai più; promettere che nell’ammissione al ministero sacerdotale e nella formazione durante il cammino di preparazione ad esso faremo tutto ciò che possiamo per vagliare l’autenticità della vocazione e che vogliamo ancora di più accompagnare i sacerdoti nel loro cammino, affinché il Signore li protegga e li custodisca in situazioni penose e nei pericoli della vita. Se l’Anno Sacerdotale avesse dovuto essere una glorificazione della nostra personale prestazione umana, sarebbe stato distrutto da queste vicende. Ma si trattava per noi proprio del contrario: il diventare grati per il dono di Dio, dono che si nasconde ‘in vasi di creta’ e che sempre di nuovo, attraverso tutta la debolezza umana, rende concreto in questo mondo il suo amore. Così consideriamo quanto è avvenuto quale compito di purificazione, un compito che ci accompagna verso il futuro e che, tanto più, ci fa riconoscere ed amare il grande dono di Dio”.
 
Di questi “vasi di creta”, Dio si serve. Si serve “di un povero uomo al fine di essere, attraverso lui, presente per gli uomini e di agire in loro favore”. Il sacerdozio è quindi “sacramento”, non un “ufficio”, “come quelli di cui ogni società ha bisogno affinché in essa possano essere adempiute certe funzioni”, in quanto il prete “fa qualcosa che nessun essere umano può fare da sé”. E’ un compito che comporta la cura del gregge affidato e, come per il pastore, anche l’uso del “bastone” contro “l’eresia, il travisamento e il disfacimento della fede, come se noi autonomamente inventassimo la fede”.
 
“Le religioni del mondo, per quanto possiamo vedere, hanno sempre saputo che, in ultima analisi, c’è un Dio solo. Ma tale Dio era lontano. Apparentemente Egli abbandonava il mondo ad altre potenze e forze, ad altre divinità. Con queste bisognava trovare un accordo. Il Dio unico era buono, ma tuttavia lontano. Non costituiva un pericolo, ma neppure offriva un aiuto. Così non era necessario occuparsi di Lui. Egli non dominava. Stranamente, questo pensiero è riemerso nell’Illuminismo. Si comprendeva ancora che il mondo presuppone un Creatore. Questo Dio, però, aveva costruito il mondo e poi si era evidentemente ritirato da esso. Ora il mondo aveva un suo insieme di leggi secondo cui si sviluppava e in cui Dio non interveniva, non poteva intervenire. Dio era solo un’origine remota. Molti forse non desideravano neppure che Dio si prendesse cura di loro. Non volevano essere disturbati da Dio”.
 
“Ma laddove la premura e l’amore di Dio vengono percepiti come disturbo, lì l’essere umano è stravolto. È bello e consolante sapere che c’è una persona che mi vuol bene e si prende cura di me. Ma è molto più decisivo che esista quel Dio che mi conosce, mi ama e si preoccupa di me. ‘Io conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me’ (Gv 10,14), dice la Chiesa prima del Vangelo con una parola del Signore. Dio mi conosce, si preoccupa di me. Questo pensiero dovrebbe renderci veramente gioiosi. Lasciamo che esso penetri profondamente nel nostro intimo. Allora comprendiamo anche che cosa significhi: Dio vuole che noi come sacerdoti, in un piccolo punto della storia, condividiamo le sue preoccupazioni per gli uomini. Come sacerdoti, vogliamo essere persone che, in comunione con la sua premura per gli uomini, ci prendiamo cura di loro, rendiamo a loro sperimentabile nel concreto questa premura di Dio. E, riguardo all’ambito a lui affidato, il sacerdote, insieme col Signore, dovrebbe poter dire: ‘Io conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me’. ‘Conoscere’, nel significato della Sacra Scrittura, non è mai soltanto un sapere esteriore così come si conosce il numero telefonico di una persona. ‘Conoscere’ significa essere interiormente vicino all’altro. Volergli bene. Noi dovremmo cercare di ‘conoscere’ gli uomini da parte di Dio e in vista di Dio; dovremmo cercare di camminare con loro sulla via dell’amicizia con Dio”.
 
“La via di ciascuno di noi ci condurrà un giorno nella valle oscura della morte in cui nessuno può accompagnarci. Ed Egli sarà lì. Cristo stesso è disceso nella notte oscura della morte. Anche lì Egli non ci abbandona”. “Parlando della valle oscura possiamo, però, pensare anche alle valli oscure della tentazione, dello scoraggiamento, della prova, che ogni persona umana deve attraversare. Anche in queste valli tenebrose della vita Egli è là. Sì, Signore, nelle oscurità della tentazione, nelle ore dell’oscuramento in cui tutte le luci sembrano spegnersi, mostrami che tu sei là. Aiuta noi sacerdoti, affinché possiamo essere accanto alle persone a noi affidate in tali notti oscure. Affinché possiamo mostrare loro la tua luce”.
 
E’, in fondo, una grande preghiera che Benedetto XVI innalza per tutti i preti del mondo. I 15mila presenti in piazza san Pietro, aspersi con l’acqua benedetta, rinnovano le promesse sacerdotali. Il Papa rinnova l’affidamento dei sacerdoti alla Madonna, già fatto il mese scorso a Fatima e conclude con un augurio in sette lingue a “proseguire con rinnovato slancio il cammino di santificazione in questo sacro ministero che il Signore vi ha affidato”.
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