29/11/2019, 13.35
VATICANO
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Papa: il ‘diritto di morire’ è privo di ogni fondamento giuridico

Incontrando i membri del Centro studi “Rosario Livatino”, Francesco afferma che talvolta nei tribunali si odono “pronunce per le quali l’interesse principale di una persona disabile o anziana sarebbe quello di morire e non di essere curato”.

Città del Vaticano (AsiaNews) – E’ “privo di ogni fondamento giuridico” il “diritto di morire” che viene talora affermato da alcuni tribunali. L’ha affermato oggi papa Francesco che, incontrando i membri del Centro studi “Rosario Livatino” ha anche ribadito la sua opposizione all’eutanasia.

Ai magistrati del Centro studi intitolato al giudice ucciso dalla mafia nel 1990, Francesco ha ricordato le parole dette da Giovanni Paolo II che il 9 maggio 1993 “poco prima di rivolgere agli ‘uomini della mafia’ il memorabile e perentorio invito alla conversione nella Valle dei Templi, ad Agrigento”, incontrando i genitori di Livatino lo aveva definito “martire della giustizia e indirettamente della fede”.

“Livatino – per il quale si è concluso positivamente il processo diocesano di beatificazione – continua ad essere un esempio, anzitutto per coloro che svolgono l’impegnativo e complicato lavoro di giudice. Quando Rosario fu ucciso non lo conosceva quasi nessuno. Lavorava in un Tribunale di periferia: si occupava dei sequestri e delle confische dei beni di provenienza illecita acquisiti dai mafiosi. Lo faceva in modo inattaccabile, rispettando le garanzie degli accusati, con grande professionalità e con risultati concreti: per questo la mafia decise di eliminarlo”.

“Livatino è un esempio non soltanto per i magistrati, ma per tutti coloro che operano nel campo del diritto: per la coerenza tra la sua fede e il suo impegno di lavoro, e per l’attualità delle sue riflessioni. In una conferenza, riferendosi alla questione dell’eutanasia, e riprendendo le preoccupazioni che un parlamentare laico del tempo aveva per l’introduzione di un presunto diritto all’eutanasia, egli faceva questa osservazione: «Se l’opposizione del credente a questa legge si fonda sulla convinzione che la vita umana […] è dono divino che all’uomo non è lecito soffocare o interrompere, altrettanto motivata è l’opposizione del non credente che si fonda sulla convinzione che la vita sia tutelata dal diritto naturale, che nessun diritto positivo può violare o contraddire, dal momento che essa appartiene alla sfera dei beni “indisponibili”, che né i singoli né la collettività possono aggredire» (Canicattì, 30 aprile 1986, in Fede e diritto, a cura della Postulazione)”.

“Queste considerazioni sembrano distanti dalle sentenze che in tema di diritto alla vita vengono talora pronunciate nelle aule di giustizia, in Italia e in tanti ordinamenti democratici. Pronunce per le quali l’interesse principale di una persona disabile o anziana sarebbe quello di morire e non di essere curato; o che – secondo una giurisprudenza che si autodefinisce ‘creativa’ – inventano un ‘diritto di morire’ privo di qualsiasi fondamento giuridico, e in questo modo affievoliscono gli sforzi per lenire il dolore e non abbandonare a sé stessa la persona che si avvia a concludere la propria esistenza”.

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