05/09/2018, 10.36
VATICANO
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Papa: il giorno del riposo non è per ‘evadere’, ma per dire a Dio grazie della vita

“L’industria della distrazione è assai fiorente e la pubblicità disegna il mondo ideale come un grande parco giochi dove tutti si divertono. Il concetto di vita oggi dominante non ha il baricentro nell’attività e nell’impegno ma nell’evasione”. “È necessario riconciliarsi con la propria storia”. “La vera pace non è cambiare la propria storia ma accoglierla e valorizzarla”.

Città del Vaticano (AsiaNews) – Al giorno d’oggi, mentre “l’industria della distrazione” è fiorente, l’uomo non sa “riposare”, secondo il comandamento di Dio, non sa cioè “guardare la realtà e dire: com’è bella la vita! Al riposo come fuga dalla realtà, il Decalogo oppone il riposo come benedizione della realtà”. Il giorno del riposo, come ringraziamento a Dio per i suoi doni, a partire dalla vita, è stato l’argomento del quale papa Francesco ha dedicato la sua riflessione per l’udienza generale di oggi, nella quale ha proseguito il ciclo di catechesi sui Comandamenti.

Alle 30mila persone presenti in piazza san Pietro, Francesco parlando del riposo “che è la gioia di Dio per quanto ha creato. È il giorno della contemplazione e della benedizione”, ha rivolto l’esortazione a “riconciliarsi con la propria storia, con i fatti che non si accettano, con le parti difficili della propria esistenza”.

“Il viaggio attraverso il Decalogo – ha detto il Papa - ci porta oggi al comandamento sul giorno del riposo. Sembra un comando facile da compiere, ma è un’impressione errata. Riposarsi davvero non è semplice, perché c’è riposo falso e riposo vero. Come possiamo riconoscerli? La società odierna è assetata di divertimenti e vacanze. L’industria della distrazione, ascoltate bene, l’industria della distrazione, è assai fiorente e la pubblicità disegna il mondo ideale come un grande parco giochi dove tutti si divertono. Il concetto di vita oggi dominante non ha il baricentro nell’attività e nell’impegno ma nell’evasione. Guadagnare per divertirsi, appagarsi. L’immagine-modello è quella di una persona di successo che può permettersi ampi e diversi spazi di piacere. Ma questa mentalità fa scivolare verso l’insoddisfazione di un’esistenza anestetizzata dal divertimento che non è riposo, ma alienazione e fuga dalla realtà. L’uomo non si è mai riposato tanto come oggi, eppure l’uomo non ha mai sperimentato tanto vuoto come oggi! La possibilità di tante cose: crociere, viaggi, non ti danno il riposo”.

“Le parole del Decalogo cercano e trovano il cuore del problema, gettando una luce diversa su cosa sia il riposo. Il comando ha un elemento peculiare: fornisce una motivazione. Il riposo nel nome del Signore ha un preciso motivo: «Perché in sei giorni il Signore ha fatto il cielo e la terra e il mare e quanto è in essi, ma si è riposato il settimo giorno. Perciò il Signore ha benedetto il giorno del sabato e lo ha consacrato» (Es 20,11). Questo rimanda alla fine della creazione, quando Dio dice: «Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona» (Gen 1,31). E allora inizia il giorno del riposo, che è la gioia di Dio per quanto ha creato. È il giorno della contemplazione e della benedizione. Che cos’è dunque il riposo secondo questo comandamento? È il momento della contemplazione, della lode, non della evasione. È il tempo per guardare la realtà e dire: com’è bella la vita! Al riposo come fuga dalla realtà, il Decalogo oppone il riposo come benedizione della realtà. Per noi cristiani, il centro del giorno del Signore, la domenica, è l’Eucaristia, che significa ‘rendimento di grazie’. È il giorno per dire a Dio: grazie, grazie Signore, grazie della vita, della tua misericordia, di tutti i tuoi doni. La domenica non è il giorno per cancellare gli altri giorni ma per ricordarli, benedirli e fare pace con la vita. Fare pace con la vita. Quanta gente che ha possibilità di divertirsi, ma non è in pace con la vita. La vita è preziosa; non è facile, a volte è dolorosa, ma è preziosa”.

“Essere introdotti nel riposo autentico è un’opera di Dio in noi, ma richiede di allontanarsi dalla maledizione e dal suo fascino (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 83). Piegare il cuore all’infelicità, infatti, sottolineando motivi di scontento è facilissimo. La benedizione e la gioia implicano un’apertura al bene che è un movimento adulto del cuore. Il bene è amorevole e non si impone mai. Va scelto. La pace si sceglie, non si può imporre e non si trova per caso. Allontanandosi dalle pieghe amare del suo cuore, l’uomo ha bisogno di fare pace con ciò da cui fugge. È necessario riconciliarsi con la propria storia, con i fatti che non si accettano, con le parti difficili della propria esistenza”. “Io vi domando, ognuno di voi è riconciliato con la sua storia?”. “La vera pace, infatti, non è cambiare la propria storia ma accoglierla e valorizzarla. Quante volte abbiamo incontrato cristiani malati che ci hanno consolato con una serenità che non si trova nei gaudenti e negli edonisti! E abbiamo visto persone umili e povere gioire di piccole grazie con una felicità che sapeva di eternità”.

“Dice il Signore nel Deuteronomio: «Io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione. Scegli dunque la vita, perché viva tu e la tua discendenza» (30,19). Questa scelta è il ‘fiat’ della Vergine Maria, è un’apertura allo Spirito Santo che ci mette sulle orme di Cristo, Colui che si consegna al Padre nel momento più drammatico e imbocca così la via che porta alla risurrezione. Quando diventa bella la vita? Quando si inizia a pensare bene di essa, qualunque sia la nostra storia. Quando si fa strada il dono di un dubbio: quello che tutto sia grazia, e quel santo pensiero sgretola il muro interiore dell’insoddisfazione inaugurando il riposo autentico. La vita diventa bella quando si apre il cuore alla Provvidenza e si scopre vero quello che dice il Salmo: «Solo in Dio riposa l’anima mia» (62,2)”.

“Ricordatevi sempre – ha ribadito nel saluto ai fedeli di lingua araba - che il giorno di riposo per noi cristiani è un giorno di benedizione e di rendimento di grazie. È il giorno per dire a Dio: grazie della vita, della tua misericordia e di tutti i tuoi doni”.

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