19/09/2019, 11.52
VATICANO
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Papa: il sacerdozio è un dono, non una funzione o un patto di lavoro

Il ministero ordinato è un dono del Signore, “che ci ha guardati e ci ha detto ‘Seguimi’”. Dalla mancanza di contemplazione del dono nascono “tutte le deviazioni che conosciamo”.

Città del Vaticano (AsiaNews) – Il ministero sacerdotale è “un dono” e quando lo dimentichiamo e ce ne appropriamo, centrandolo su noi stessi , “lo trasformiamo in funzione”, perdendo il cuore del ministero, episcopale o presbiterale che sia. Dalla mancanza di contemplazione del dono nascono “tutte le deviazioni che conosciamo”. Il ministero ordinato è un dono del Signore, “che ci ha guardati e ci ha detto ‘Seguimi’”, prima che un servizio, e non certo “una funzione” o “un patto di lavoro”.

L’ha detto papa Francesco nell’omelia della messa concelebrata stamattina a Casa santa con numerosi vescovi e sacerdoti. Francesco nell’omelia ha ricordato anche chi festeggia il 25mo dell’ordinazione e il cardinale Edoardo Menichelli, arcivescovo emerito di Ancona, che è sulla soglia degli 80 anni e ha  invitato tutti, e anche sé stesso, a riflettere sulla parola “dono” della prima Lettera di san Paolo a Timoteo, proposta dalla liturgia di oggi.

Commentando le parole di san Paolo al giovane discepolo: “Non trascurare il dono che è in te”, ha affermato che il ministero “non è un patto di lavoro: ‘Io devo fare’, il fare è in secondo piano; io devo ricevere il dono e custodirlo come dono e da lì scaturisce tutto, nella contemplazione del dono. Quando noi dimentichiamo questo, ci appropriamo del dono e lo trasformiamo in funzione, si perde il cuore del ministero, si perde lo sguardo di Gesù che ha guardato tutti noi e ci ha detto: ‘Seguimi’, si perde la gratuità”. “Da questa mancanza di contemplazione del dono, del ministero come dono, scaturiscono tutte quelle deviazioni che noi conosciamo, dalle più brutte, che sono terribili, a quelle più quotidiane, che ci fanno centrare il nostro ministero in noi stessi e non nella gratitudine del dono e nell’amore verso Colui che ci ha dato il dono, il dono del ministero”.

Un dono, ha ricordato Francesco citando l’apostolo Paolo “conferito mediante una parola profetica con l’imposizione delle mani da parte dei presbiteri” e che vale per i vescovi ma anche “per tutti i sacerdoti”. Sottolineando “l’importanza della contemplazione del ministero come dono e non come funzione”, ha aggiunto, facciamo quello che possiamo con buona volontà, intelligenza, “anche con furbizia”, ma sempre per custodire questo dono.

Dimenticare la centralità di un dono, ha detto ancora, è una cosa umana, come è stato per il fariseo che nel Vangelo di Luca ospita Gesù nella sua casa, trascurando “tante regole di accoglienza”, trascurando i doni. Gesù glielo fa notare, indicano la donna che dona tutto quello che l’ospite ha dimenticato: l’acqua per i piedi, il bacio di accoglienza e l’unzione del capo con l’olio. “C’è quest’uomo che era buono, un fariseo buono, ma aveva dimenticato il dono della cortesia, il dono della convivenza, che pure è un dono. Sempre si dimenticano i doni quando c’è qualche interesse dietro, quando io voglio fare questo, fare, fare … Sì, dobbiamo, i sacerdoti, tutti noi dobbiamo fare cose e il primo compito è annunciare il Vangelo, ma occorre custodirlo, custodire il centro, la fonte, da dove scaturisce questa missione, che è proprio il dono che abbiamo ricevuto gratuitamente dal Signore”.

La preghiera finale di Francesco al Signore è che “ci aiuti a custodire il dono, a vedere il nostro ministero primariamente come un dono, poi un servizio”, per non rovinarlo “e non diventare ministri imprenditori, faccendieri”, e tante cose che allontanano dalla contemplazione del dono e dal Signore, “che ci ha dato il dono del ministero”.

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