15/06/2017, 13.18
VATICANO
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Papa: la corruzione è “una forma di bestemmia” che “dà linfa alla cultura di morte”

Francesco ha scritto la prefazione di un libro-intervista del card. Tukson intitolato “Corrosione”. Oggi che anche solo “immaginare il futuro” è un’impresa difficilissima, la corruzione arriva a minare la “speranza” che un miglioramento sia possibile.

Città del Vaticano (AsiaNews) – La corruzione è una “forma di bestemmia, “è l’arma, il linguaggio più comune anche delle mafie”, un “processo di morte che dà linfa alla cultura di morte” di chi ordisce il crimine. E oggi che anche solo “immaginare il futuro” è un’impresa difficilissima, la corruzione arriva a minare la “speranza” che un miglioramento sia possibile. Lo scrive papa Francesco che parla della corruzione nella prefazione al libro-intervista del cardinale Peter Turkson, curato da Vittorio V. Alberti, dal titolo “Corrosione”.

E sulla corruzione si concentra, in Vaticano, il dibattito internazionale organizzato dal Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale, in collaborazione con la Pontificia accademia delle scienze sociali.

La corruzione, contro la quale Francesco si è già espresso più volte, è definita ora il “linguaggio più comune” delle mafie, un “processo di morte” che “spezza” la coesistenza fra le persone, favorisce il crimine e in definitiva distrugge chi ne è fautore.

La parola “corrotto” ricorda un “cuore rotto”, “un cuore infranto, macchiato da qualcosa”, “rovinato” come un corpo decomposto.

Il punto di partenza per Francesco sono le “tre relazioni” che caratterizzano la vita umana: quella con Dio, quella col prossimo, quella con l’ambiente. Quando l’uomo è “onesto”, le vive responsabilmente “per il bene comune”. Al contrario, l’uomo che si lascia corrompere “subisce una caduta” e la “condotta anti-sociale” che la corruzione induce finisce per “sciogliere la validità dei rapporti”. Si spezzano i “pilastri” della coesistenza fra le persone, l’“interesse particolare” è come un veleno che “contamina ogni prospettiva generale”.

In contrasto, Francesco conclude ricordando la “bellezza assoluta” dei luoghi del Vaticano dai quali sta scrivendo. E definisce la bellezza non un “accessorio cosmetico”, ma qualcosa che “pone al centro la persona umana”. “Questa bellezza  deve sposarsi con la giustizia” e dunque la corruzione va capita e denunciata perché la misericordia si affermi sulla “grettezza”, “la curiosità e creatività sulla stanchezza rassegnata”. Il corrotto “si dimentica di chiedere perdono” perché è stanco e sazio, indifferente e pieno di sé. La Chiesa e i cristiani, ma anche i non cristiani, conclude, possono essere, uniti, “fiocchi di neve” che producono la “valanga di un “nuovo umanesimo”.

 

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