15/02/2019, 16.58
VATICANO
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Papa: non abbiate paura, c’è Gesù nel migrante che bussa alla nostra porta

Francesco ha celebrato la messa per l’apertura del Meeting “Liberi dalla paura”, promosso da istituzioni cattoliche che si dedicano ad accoglienza e integrazione. “E’ vero, il timore è legittimo” di fronte a persone così diverse da noi. “E così, spesso, rinunciamo all’incontro con l’altro e alziamo barriere per difenderci». Siamo chiamati invece a superare la paura per aprirci all’incontro. Rinunciare all’incontro non è umano”.

Roma (AsiaNews) – Non abbiate paura, c’è Gesù nel migrante che bussa alla nostra porta, è Gesù, anche se è difficile riconoscerlo: “coi vestiti rotti, con i piedi sporchi, col volto deformato, il corpo piagato, incapace di parlare la nostra lingua”. E’ stata un forte, accorato appello all’accoglienza la visita che papa Francesco ha compiuto oggi pomeriggio alla Fraterna Domus di Sacrofano (Roma) per celebrare la Messa di apertura del Meeting “Liberi dalla paura”, promosso e organizzato dalla Fondazione Migrantes, dalla Caritas italiana e dal Centro Astalli da oggi al 17 febbraio 2019.

Tra migranti e volontari di istituzioni cattoliche che si dedicano all’accoglienza e all’integrazione, Francesco ha articolato la sua riflessione sul “non abbiate paura” detto da Mosè a agli ebrei che arrivati sulle sponde del Mar Rosso vedono arrivare l’esercito del faraone e da Gesù agli apostoli quando va verso di loro camminando sulle acque.

“Attraverso questi episodi biblici – ha detto - il Signore parla oggi a noi e ci chiede di lasciare che Lui ci liberi dalle nostre paure. ‘Liberi dalla paura’ è proprio il tema scelto per il vostro incontro. Liberi dalla paura. La paura è l’origine della schiavitù e anche l’origine di ogni dittatura, perché sulla paura del popolo cresce la violenza dei dittatori”.

“Di fronte alle cattiverie e alle brutture del nostro tempo, anche noi, come il popolo d’Israele, siamo tentati di abbandonare il nostro sogno di libertà. Proviamo legittima paura di fronte a situazioni che ci sembrano senza via d’uscita. E non bastano le parole umane di un condottiero o di un profeta a rassicurarci, quando non riusciamo a sentire la presenza di Dio e non siamo capaci di abbandonarci alla sua provvidenza. Così, ci chiudiamo in noi stessi, nelle nostre fragili sicurezze umane, nel circolo delle persone amate, nella nostra routine rassicurante. E alla fine rinunciamo al viaggio verso la Terra promessa per tornare alla schiavitù dell’Egitto”.

“Questo ripiegamento su sé stessi, segno di sconfitta, accresce il nostro timore verso gli ‘altri’, gli sconosciuti, gli emarginati, i forestieri. Che peraltro sono i privilegiati del Signore. E questo si nota particolarmente oggi, di fronte all’arrivo di migranti e rifugiati che bussano alla nostra porta in cerca di protezione, sicurezza e un futuro migliore. E’ vero, il timore è legittimo, anche perché manca la preparazione a questo incontro. Lo dicevo l’anno scorso, in occasione della Giornata mondiale del migrante e del rifugiato: «Non è facile entrare nella cultura altrui, mettersi nei panni di persone così diverse da noi, comprenderne i pensieri e le esperienze. E così, spesso, rinunciamo all’incontro con l’altro e alziamo barriere per difenderci». Siamo chiamati invece a superare la paura per aprirci all’incontro. Rinunciare all’incontro non è umano. E per fare questo non bastano giustificazioni razionali e calcoli statistici. Mosè dice al popolo di fronte al Mar Rosso, con un nemico agguerrito che lo incalza alle spalle: «Non abbiate paura», perché il Signore non abbandona il suo popolo, ma agisce misteriosamente nella storia per realizzare il suo piano di salvezza. Mosè parla così perché si fida di Dio”.

“L’incontro con l’altro, poi, è anche incontro con Cristo. Ce l’ha detto Lui stesso. È Lui che bussa alla nostra porta affamato, assetato, forestiero, nudo, malato e carcerato, chiedendo di essere incontrato e assistito. E se avessimo ancora qualche dubbio, ecco la sua parola chiara: «In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40). Può essere compreso in questo senso anche l’incoraggiamento del Maestro ai suoi discepoli: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!» (Mt 14,27). È davvero Lui, anche se i nostri occhi fanno fatica a riconoscerlo: coi vestiti rotti, con i piedi sporchi, col volto deformato, il corpo piagato, incapace di parlare la nostra lingua... Anche noi, come Pietro, potremmo essere tentati di mettere Gesù alla prova, di chiedergli un segno. E magari, dopo qualche passo titubante verso di Lui, rimanere nuovamente vittime delle nostre paure. Ma il Signore non ci abbandona! Anche se siamo uomini e donne ‘di poca fede’, Cristo continua a tendere la sua mano per salvarci e permettere l’incontro con Lui, un incontro che ci salva e ci restituisce la gioia di essere suoi discepoli”.

“Se questa è una valida chiave di lettura della nostra storia di oggi, allora dovremmo cominciare a ringraziare chi ci dà l’occasione di questo incontro, ossia gli ‘altri’ che bussano alle nostre porte, offrendoci la possibilità di superare le nostre paure per incontrare, accogliere e assistere Gesù in persona”.

“E chi ha avuto la forza di lasciarsi liberare dalla paura, chi ha sperimentato la gioia di questo incontro è chiamato oggi ad annunciarlo sui tetti, apertamente, per aiutare altri a fare lo stesso, predisponendosi all’incontro con Cristo e la sua salvezza. Si tratta di una grazia che porta con sé una missione, frutto di affidamento completo al Signore, che è per noi l’unica vera certezza. Per questo, come singoli e come comunità, siamo chiamati a fare nostra la preghiera del popolo redento: «Mia forza e mio canto è il Signore, egli è stato la mia salvezza» (Es 15,2)”.

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