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  • » 02/11/2017, 16.55

    VATICANO - ITALIA - USA

    Papa: non più la guerra, che ha per frutto la morte, 'la distruzione di noi stessi'



    Francesco nel giorno della Commemorazione dei defunti ha celebrato messa al Cimitero americano di Nettuno. “Quando tante volte nella storia gli uomini pensano di fare una guerra, sono convinti di portare un mondo nuovo, sono convinti di fare una ‘primavera’. E finisce in un inverno, brutto, crudele, con il regno del terrore e la morte”.

    Roma (AsiaNews) – “Non più la guerra”, neanche quella di ora, “a pezzetti” che ha per frutto la morte, “la distruzione di noi stessi”, “giovani … migliaia, migliaia, migliaia, migliaia … speranze rotte”. Il cimitero americano di Nettuno, vicino Roma, dove Francesco si è recato oggi pomeriggio per celebrare la messa nel giorno che la Chiesa dedica alla memoria dei defunti, raccoglie le tombe di 7861 caduti, tra le quali quella di un ignoto, un italo-americano e un ebreo.

    Davanti al cimitero che raccoglie i caduti delle battaglie qui combattute durante la Seconda guerra mondiale, Francesco ha evocato l’inutilità delle guerre, ma, al tempo stesso, “la speranza che non delude”.

    “Tutti noi, oggi - ha detto, parlando a braccio - siamo qui radunati in speranza. Ognuno di noi, nel proprio cuore, può ripetere le parole di Giobbe che abbiamo sentito nella prima Lettura: ‘Io so che il mio Redentore è vito e che ultimo si ergerà sulla polvere’. La speranza di rincontrare Dio, di rincontrarci tutti noi, come fratelli: e questa speranza non delude. Paolo è stato forte in quella espressione della seconda Lettura: “La speranza non delude.

    Ma la speranza tante volte nasce e mette le sue radici in tante piaghe umane, in tanti dolori umani e quel momento di dolore, di piaga, di sofferenza ci fa guardare il Cielo e dire: “Io credo che il mio Redentore è vivo. Ma fermati, Signore”. E questa è la preghiera che forse esce da tutti noi, quando guardiamo questo cimitero. ‘Sono sicuro, Signore, che questi nostri fratelli sono con te. Sono sicuro’, noi diciamo questo. Ma, per favore, Signore, fermati. Non più. Non più la guerra. Non più questa strage inutile, come aveva detto Benedetto XV. Meglio sperare senza questa distruzione: giovani … migliaia, migliaia, migliaia, migliaia … speranze rotte. ‘Non più, Signore’. E questo dobbiamo dirlo oggi, che preghiamo per tutti i defunti, ma in questo luogo preghiamo in modo speciale per questi ragazzi; oggi che il mondo un’altra volta è in guerra e si prepara per andare più fortemente in guerra. Non più, Signore. Non più. Con la guerra si perde tutto.

    Mi viene alla mente quell’anziana che guardando le rovine di Hiroshima, con rassegnazione sapienziale ma molto dolore, con quella rassegnazione lamentosa che sanno vivere le donne, perché è il loro carisma, diceva: ‘Gli uomini fanno di tutto per dichiarare e fare una guerra, e alla fine distruggono se stessi’. Questa è la guerra: la distruzione di noi stessi. Sicuramente quella donna, quell’anziana, lì aveva perso dei figli e dei nipotini; le erano rimaste solo la piaga nel cuore e le lacrime. E se oggi è un giorno di speranza, oggi è anche un giorno di lacrime. Lacrime come quelle che sentivano e facevano le donne quando arrivava la posta: ‘Lei, signora, ha l’onore che suo marito è stato un eroe della Patria; che i suoi figli sono eroi della Patria’. Sono lacrime che oggi l’umanità non deve dimenticare. Questo orgoglio di questa umanità che non ha imparato la lezione e sembra che non voglia impararla!

    Quando tante volte nella storia gli uomini pensano di fare una guerra, sono convinti di portare un mondo nuovo, sono convinti di fare una ‘primavera’. E finisce in un inverno, brutto, crudele, con il regno del terrore e la morte. Oggi preghiamo per tutti i defunti, tutti, ma in modo speciale per questi giovani, in un momento in cui tanti muoiono nelle battaglie di ogni giorno di questa guerra a pezzetti. Preghiamo anche per i morti di oggi, i morti di guerra, anche bambini, innocenti. Questo è il frutto della guerra: la morte. E che il Signore ci dia la grazia di piangere”.

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