12/06/2018, 11.16
LIBANO
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Patriarca maronita contro il decreto di naturalizzazione: a beneficio di persone ‘sospette’

Il decreto presidenziale promulgato di nascosto intende garantire la cittadinanza a 375 stranieri. Fra questi siriani e irakeni, cristiani e musulmani. Su di loro ombre di sospetti e legami ambigui. Card. Raï: Non onorano la “nazionalità libanese”. In pericolo “la vita stessa” del Paese. I vescovi maroniti discutono temi di carattere ecclesiastico, sociale e pastorale.

 

Beirut (AsiaNews) - La Chiesa maronita, su impulso del patriarca Bechara Raï e a nome del collegio episcopale, invoca a gran voce “il ritiro del decreto di naturalizzazione” con il quale la presidenza intende concedere la cittadinanza ad almeno 375 stranieri. Da poco promulgato in tutta fretta e di nascosto dall’opinione pubblica, la legge andrebbe a beneficio di persone “sospette” [di nazionalità siriana, palestinese e irakena] che “non farebbero onore alla nazionalità libanese”.

I cittadini sono “preoccupati”, sottolinea il porporato, “non solo per le loro famiglie, ma per la patria stessa”. Egli punta il dito contro alcuni fra i leader libanesi (pur senza fare nomi) che “deviano dall’interesse generale, per un tornaconto personale o di [singole] comunità”. A questo si aggiunge il disinteresse verso situazioni “che mettono in pericolo la vita stessa del Paese”.

Commentando uno dei temi caldi che agitano la politica e la società libanese nell’ultimo periodo, il capo della Chiesa maronita avverte il decreto di “naturalizzazione” a beneficio di 260 cristiani e 115 musulmani “contravviene al preambolo della Costituzione”. La Carta, prosegue il porporato, proibisce qualsiasi forma di concessione forzata della cittadinanza a “stranieri” che non vantano “una discendenza libanese”. “Come si può accettare - avverte - quando vi sono migliaia di richieste pendenti al ministero degli Interni e degli Esteri in attesa di essere esaminate” e con maggiori diritti e legittimità di quelle che si vogliono far passare in gran segreto in questi giorni convulsi. Il porporato ribadisce quindi che è il “diritto di sangue” e non lo ius solis (legato alla nascita sul territorio) il metro di riferimento per la concessione della nazionalità.

Infine, il card Raï invoca a gran voce l’attuazione della sentenza del Consiglio di Stato che annulla il decreto di naturalizzazione del 1994, il quale avrebbe provocato “un grave squilibrio demografico” nel Paese dei cedri. A questo si aggiunge l’esame di un progetto di legge che preveda la modifica delle condizioni necessarie all’ottenimento della cittadinanza, il cui testo risale al 1925 quando il Libano non aveva ancora raggiunto nemmeno l’indipendenza.

Fonti non ufficiali affermano che dietro il duro attacco della Chiesa locale vi sarebbero le profonde perplessità su alcuni beneficiari del decreto di cittadinanza, che avrebbero legami sin troppo stretti con il governo siriano e il presidente Bashar a-Assad. Un modo per aggirare, secondo alcuni, le (controverse) sanzioni internazionali e l’embargo economico e commerciale diretto a Damasco.

Al contempo, l’Assemblea dei vescovi maroniti - impegnati in un ritiro iniziato ieri e che si concluderà il 16 giugno - intende approfondire temi di carattere ecclesiastico, sociale e pastorale di primaria importanza per la vita del Paese. Fra i temi al centro dell’attenzione l’ordinazione del clero, la riforma della liturgia quale fonte di unità, l’orientamento pastorale. Al vaglio vi è anche la creazione di una speciale commissione chiamata a rispondere alle “necessità finanziarie” di alcune diocesi in particolare difficoltà.

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