07/07/2011, 00.00
CINA
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Pechino arresta e l’Occidente (complice) dorme

di Wei Jingsheng
La “liberazione” di Ai Weiwei è uno specchietto per le allodole occidentali. La verità è che la repressione in Cina continua e, anzi, peggiora. Complici le grandi multinazionali, che per il denaro hanno svenduto i diritti umani della popolazione cinese e i loro stessi valori. La denuncia del grande dissidente cinese.
Washington (AsiaNews) - Poco tempo fa, ancora una volta, la questione dei diritti umani in Cina è divenuta bollente sul piano internazionale. Questo interesse si spiega con il recente aumento delle violazioni nel campo dei diritti fondamentali ad opera del regime comunista cinese. Una delle cose più importanti, in particolare, è stata la detenzione illegale di Ai Weiwei, che la comunità internazionale non ha potuto accettare in alcun modo. Ancora una volta il mondo dei media (e quello dell’arte) si è indignato con Pechino e questa reazione ha influenzato l’intero pubblico mondiale. Che si è arrabbiato per la situazione dei diritti umani in Cina. Questa ondata di indignazione ha costretto anche la popolazione a comprendere che il regime autoritario dei comunisti cinese non permetterà mai che, allo sviluppo economico, possa seguire un progresso di tipo politico. Al contrario: con il tempo e la ricchezza, il Partito comunista cinese diventerà sempre più arrogante, reazionario e soprattutto sempre più disumano.

Oggi, anche se Ai Wewei ha ricevuto il permesso di tornare a casa, il governo gli ha imposto diverse restrizioni alla libertà personale. Al momento non è ancora libero di parlare, così come non può uscire di casa. In altre parole, è ancora un prigioniero a cui è stata tolta la libertà. Eppure, nonostante la situazione sia questa, la notizia della “liberazione” del noto artista potrebbe ammorbidire le critiche dei media internazionali nei confronti del Partito comunista cinese. In questo modo, inoltre, si è reso più semplice per il futuro far accettare al mondo (in silenzio) altre detenzioni illegali. Questo è, in verità, il vero retropensiero positivo e felice del regime comunista cinese. Tuttavia il mondo non sembra più così pronto ad accettare tutto quello che viene fatto dal regime, e questo copre soprattutto l’ambito dei diritti umani.

Aumenta insomma l’interesse internazionale nei confronti di questi crimini. Sempre più persone hanno iniziato ad accettare che la Cina non è semplicemente economia e commercio, ma anche politica, cultura e diritti umani. Sono appena tornato dall’Europa, dove ho partecipato a una cerimonia nel corso della quale ho ricevuto il primo premio Renzo Foa: lì ho notato come l’attenzione dei media e dei politici sia aumentata e sia passata dall’economia ad altri campi. La scorsa settimana, inoltre, ho partecipato a una tavola rotonda al Congresso degli Stati Uniti, il preludio a un’audizione formale che si terrà fra poco. Durante la discussione, l’attivista per i diritti umani Li Xiaorong e tre professori e attivisti americani hanno presentato la situazione dei diritti umani in Cina (in costante deterioramento) alla Commissione esecutiva del Congresso per la Cina.

Il co-presidente della Commissione, senatore Sherrod Brown, ha posto una serie di domande molto competenti. In particolare, ha chiesto se i deputati americani si interessano realmente della situazione dei diritti umani in Cina e se partecipino, e in che modo, ai lavori in questo campo. Le sue domande sono state tutte molto competenti, al punto che gli esperti legali che hanno partecipato alla discussione hanno avuto problemi nel rispondergli in maniera soddisfacente.

Per anni le grandi industrie occidentali hanno stipulato ricchi contratti commerciali con la Cina, collaborando di fatto con il regime comunista cinese nel sopprimere l’attenzione mondiale nei confronti degli abusi compiuto contro i diritti umani. Nello stesso tempo, queste stesse aziende hanno creato alcuni miti per prendere in giro le popolazioni occidentali. Fra tali miti vi è la leggenda secondo cui grazie al commercio si sarebbe potuto convincere la Cina a migliorare la situazione dei diritti umani, per portarla fino agli standard occidentali. Un altro mito prevede che l’intervento dei privati nell’economia para-statale della Cina avrebbe frenato il regime dalla persecuzione.

Diversi “esperti” hanno lavorato moltissimo per sostenere queste ipotesi. Ma sono stati anche costretti ad ammettere che le compagnie statunitensi non vogliono veramente immischiarsi nella questione dei diritti umani in Cina, o in altre attività sociali. In effetti, oltre a compiere il normale lavoro che ogni industria straniera compie nel Paese che la ospita, coloro che lavorano per queste grandi aziende con base in Cina trovano molto difficile partecipare ad altre attività di tipo sociale. E le domande del senatore Brown (insieme alle risposte degli esperti interpellati) hanno, nei fatti, messo a nudo le bugie di queste multinazionali. Alla fine dell’incontro, il senatore ci ha ricordato che tutte le domande e tutte le risposte sono state registrate per essere in un secondo momento usate come prova, al Congresso, per considerare le questioni cinesi.

Per quanto mi riguarda sono stato interrogato su una delle problematiche più sensibili, una di quelle che preoccupano di più: la situazione dei diritti umani in Cina e il suo collegamento con gli interessi nazionali statunitensi. Questo è stato anche il tema centrale della tavola rotonda, uno degli argomenti principali che saranno discussi durante l’audizione al Congresso, con la speranza che si possa arrivare in qualche modo a legiferare sulla questione.

La repressione dei diritti umani compiuta dal Partito comunista cinese è collegata strettamente con un altro tema primario: l’eliminazione graduale dei diritti dei lavoratori, industriali o agricoli. Il regime comunista ha eliminato del tutto la possibilità, per i lavoratori, di unirsi in corporazioni sindacali o di scioperare e ha soppresso ogni altra attività collettiva. Lo scopo evidente è quello di mantenere bassissimo il costo del lavoro in modo da guadagnare enormi profitti dagli investimenti. I beni prodotti a basso costo da questi lavoratori sfruttati sono, per la maggior parte, presenti nel mercato americano.

Insieme alle barriere tariffarie e non tariffarie create dal regime comunista, sono divenuti la fonte primaria dell’enorme deficit commerciale fra Cina e Stati Uniti, un deficit che aumenta di anno in anno. E questo aumento costante è una delle ragioni principali che ha portato l’economia americana verso la recessione, ed è una delle cause dell’aumento della disoccupazione nel Paese.

La comunità commerciale degli Stati Uniti ha svolto un ruolo fondamentale: ha assistito nei fatti il governo cinese nella sua opera di repressione dei diritti dei lavoratori. Condividono i profitti eccessivi, e per questo hanno scelto di divenire difensori (coscienti) della politica contraria ai diritti umani portata avanti da Pechino. Hanno svenduto i diritti umani del popolo cinese per il loro interesse personale. Hanno aiutato il governo cinese a prendere in giro l’opinione pubblica della società internazionale e la popolazione americana. Hanno tradito persino gli interessi nazionali del loro Paese, gli Stati Uniti. Sono stati loro a spingere l’America in una relazione commerciale svantaggiata e scorretta.

Nella prossima audizione al Congresso, potremo sviscerare al meglio queste questioni. Nei fatti, questa relazione commerciale scorretta non si ferma soltanto al commercio, ma influenza fortemente anche le performance economiche globali e le operazioni politiche interne: insomma, ha un enorme impatto sulla vita sociale nella sua interezza. Il pilastro di questa relazione commerciale è il lavoro a basso costo, mantenuto così dalle politiche autoritarie di Pechino: i lavoratori cinesi sono stati spogliati di ogni diritto e di ogni possibilità. Non hanno ricevuto i benefici economici che hanno investito il Paese e che meritano di diritto e non hanno condiviso la ricchezza crescente che si è rovesciata sulla Cina. Non hanno avuto nulla, se non la possibilità di farsi assumere per uno stipendio irrisorio. Nello stesso tempo, l’attuale politica del governo cinese resiste alla possibile crescita della consunzione da parte del popolo cinese proprio perché fa circolare il mercato.

Il bassissimo livello di vita della popolazione media cinese fa il paio con le barriere non tariffarie sulle importazioni imposte dalla Cina: e questa doppietta ha accresciuto in maniera artificiale il prezzo dei beni importanti, eliminando dalla Cina un mercato di importazione. In questo modo, si privilegiano soltanto i prodotti confezionati nel Paese. La differenza fra basso costo di produzione e alto prezzo di acquisto ha prodotto una valanga di denaro sui mercati finanziari che, a sua volta, ha prodotto la crisi finanziaria internazionale e la recessione economica in corso negli Stati Uniti.

Le conseguenze sociali di questa proliferazione valutaria sono state enormi: la peggiore è stata l’aumento della distanza fra ricchi e poveri, che si è sviluppato in maniera sincronizzata sia negli Stati Uniti che in Cina. Mentre diminuisce la possibilità di acquisto dei beni primari, in questi due Paese aumenta la vendita dei beni di lusso. E, in Cina, la corruzione. Quindi aumentano i conflitti sociali, diminuisce la stabilità sociale e la violenza per le strade, soprattutto della Cina.

Buona parte della popolazione vive già al di sotto della linea della povertà, e molti altri sono in procinto di raggiungerli. Il popolo diventa ogni giorno più fragile ma anche più “esplosivo”, incattivito dagli abusi continui che è costretto a subire. Inoltre, accoppiando questo dato di fatto con l’inefficiente sistema legale della Cina, sono aumentati i casi in cui la gente sceglie di farsi giustizia da sé e, quindi, infrange i limiti legali. E questo spiega perché in tutto il Paese aumenta la resistenza violenta alle autorità. I danni prodotti da questa relazione svantaggiata, insomma, sono molto seri e coprono moltissimi ambiti.
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