12/03/2014, 00.00
VIETNAM

Per condannare una blogger, la polizia vietnamita manipola prove e testimonianze

Bui Thi Minh Hang è in cella da un mese con altre due persone senza alcun capo di imputazione; la donna è in sciopero della fame. Le forze dell’ordine hanno cercato di estorcere dichiarazioni scritte a cinque attivisti per condannarla. Rischia da tre mesi fino a tre anni di galera, anche se non vi sono prove di colpevolezza. 


Hanoi (AsiaNews) - Cinque attivisti vietnamiti non hanno voluto firmare le testimonianze scritte presentate dalla polizia, in cui essi avrebbero "confermato le accuse" a carico di una blogger arrestata con incriminazioni pretestuose. Le loro dichiarazioni originali - rilasciate il 10 marzo scorso nel commissariato del distretto di Lap Vo, nella provincia meridionale di Dong Thap - sono state "manipolate" dalle forze dell'ordine. Gli investigatori avrebbero voluto montare ad arte le prove, da utilizzare poi in sede di processo e ottenere la condanna di Bui Thi Minh Hang. La blogger e attivista vietnamita Hang (nella foto) è rinchiusa in carcere assieme al collega Nguyen Thi Thuy Quynh e al seguace della setta buddista Hoa Hao Nguyen Van Minh, con l'accusa di "disturbo dell'ordine pubblico" e "intralcio alla circolazione". Da oltre un mese sono in sciopero della fame e rifiutano il cibo, per protestare contro un arresto che definiscono "illegittimo" mentre i familiari non nascondono le loro preoccupazioni per le condizioni di salute dei prigionieri. 

Intervistato da Radio Free Asia (Rfa) Tran Nhu Nam, avvocato della blogger, riferisce che le autorità hanno forzato cinque attivisti - Phan Duc Phuoc, Nguyen Vu Tam, To Van Manh, Bui Thi Diem Thuy e Do Thi Thuy Trang - a "incriminare Hang, fornendo testimonianze [false] a conferma delle accuse". La polizia avrebbe redatto di proprio pungo parte delle dichiarazioni dei testimoni, compiendo un atto "in aperto contrasto con il diritto" aggiunge il legale, perché il codice vieta "dichiarazioni rese dietro coercizione" fisica o mentale. "Per fortuna siamo riusciti a sventare questa minaccia - conclude - e nessuno dei presenti ha firmato i fogli... non ci sono prove in archivio". Il legale, in attesa del via libera delle autorità per poter rappresentare in tribunale la blogger e attivista, starebbe vagliando l'ipotesi di denunciare gli inquirenti che hanno svolto gli interrogatori. 

Nelle ultime ore, quattro dei cinque attivisti interrogati confermano di essere stati "forzati a dire quello che voleva [la polizia]", aggiungendo che interi passi delle (presunte) testimonianze sarebbero stati in realtà redatti dalle autorità. "Gli investigatori non hanno riportato quanto ho detto - afferma Nguyen Vu Tam - ma hanno scritto ciò che hanno voluto", omettendo inoltre di dire che la polizia, durante le concitate fasi del fermo di Bui Thi Minh Hang, avrebbe "assaltato il gruppo" col quale viaggiava. 

Hang, assieme ad altri 20 attivisti, è stata fermata l'11 febbraio scorso mentre andava a trovare la moglie di Nguyen Bac Truyen, avvocato che lotta da tempo contro gli espropri forzati. Un gruppo di 18 persone è stato rilasciato poco dopo, non la blogger che è rimasta in cella assieme ad altre due persone. Secondo le famiglie, le autorità non avrebbero nemmeno formalizzato il capo di accusa e tutti i tentativi di visitarli in carcere sono stati respinti dai vertici distrettuali e provinciali delle forze dell'ordine. Se condannata, Hang rischia da tre mesi fino a tre anni di galera anche se non vi sono prove di colpevolezza. 

Da tempo in Vietnam è in atto una campagna durissima del governo contro dissidenti, blogger, leader religiosi (fra cui buddisti), attivisti cattolici o intere comunità come successo lo scorso anno nella diocesi di Vinh, dove media e governo hanno promosso una campagna diffamatoria e attacchi mirati contro vescovo e fedeli. La repressione colpisce anche singoli individui, colpevoli di rivendicare il diritto alla libertà religiosa e al rispetto dei diritti civili dei cittadini. Solo nel 2013, Hanoi ha arrestato decine di attivisti per crimini "contro lo Stato", in base a una norma che gruppi pro diritti umani bollano come "generiche" e "vaghe". 

 

 

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