02 Luglio 2016
AsiaNews.it Twitter AsiaNews.it Facebook
Aree geografiche




  • > Africa
  • > Asia Centrale
  • > Asia del Nord
  • > Asia del Sud
  • > Asia Nord-Ovest
  • > Asia Sud-Est
  • > Europa
  • > Medio Oriente
  • > Nord America
  • > Sud America
  • > Asia dell'Est
  •    - Cina
  •    - Corea del Nord
  •    - Corea del Sud
  •    - Giappone
  •    - Hong Kong
  •    - Macao
  •    - Taiwan

  • mediazioni e arbitrati, risoluzione alternativa delle controversie e servizi di mediazione e arbitrato


    » 11/01/2016, 00.00

    CINA

    Per fare affari con la Cina, l’Occidente sacrifica al Partito la stampa libera

    Wei Jingsheng

    Il grande dissidente cinese lancia l’allarme dopo l’espulsione della reporter francese Ursula Gauthier: “I politici del Vecchio Continente sono già sul libro paga di Xi Jinping. Se gli lasciamo mettere le mani anche sui giornali stranieri la battaglia per la democrazia in Cina non ha futuro”. Un consiglio dall’autore del Muro della democrazia: “Iniziamo a non fidarci più degli articoli che vengono da Pechino”.

    Washington (AsiaNews) – Osservando i cambiamenti della situazione avvenuti nell’ultimo anno [2015], possiamo azzardare una previsione per la situazione del Nuovo Anno. Molti media hanno presentato vari pronostici per la situazione della Cina nel campo dell’economia, della politica ecc… Quindi non ripeterò il lavoro di qualcun altro. Voglio dare invece una visione supplementare da una nuova prospettiva. Entro i prossimi due giorni Ursula Gauthier, giornalista francese espulsa dal governo cinese, dovrà lasciare la tanto amata Cina. Quando ero in Francia, le ho parlato a casa di qualche amico. È davvero appassionata di Cina, in modo particolare del popolo e della cultura. Inoltre, a differenza di altri giornalisti che si pretendono neutrali, è davvero una reporter con una posizione chiara sulle questioni relative ai diritti umani.

    Di più, lei si occupa dei diritti umani in Cina in modo più approfondito rispetto a quelli di altri Paesi. Questo potrebbe derivare dal suo cinese, molto fluente. Conosce in profondità la cultura della Cina, e ama il suo popolo allo stesso modo. Quando ho sentito che sarebbe stata costretta a lasciare il Paese, il mio primo pensiero è stato: “Come è possibile che il regime comunista abbia tollerato di farle passare in Cina sei anni?”.

    Forse mettere la fotografia di Xi Jinping sullo sfondo della sua può chiarire la questione. Conoscendo bene la cultura cinese, ha imparato a muoversi in modo astuto per proteggersi. Ha imparato a camuffarsi come fanno i cinesi, invece di parlare chiaro senza guardarsi le spalle come fanno coloro che vivono nelle società libere dell’Occidente. In quel modo non avrebbe potuto rimanere in Cina per sei anni. Oppure sarebbe divenuto come qualche altro corrispondente straniero, che diventa megafono della pervasiva propaganda del regime comunista – e quindi porta fuori strada sia i lettori stranieri che i cinesi, i quali poi leggono i loro articoli quando questi rientrano in Cina.

    Un corrispondente straniero non dovrebbe ingannare i propri lettori. Questa è la linea base, la morale minima di un reporter. Parlando in linea generale, durante le ere di Jiang Zemin e Hu Jintao i giornalisti potevano rimanere al di sopra di questa linea base. Gli articoli scritti dagli stranieri, che venivano pubblicati su giornali stranieri, non erano analizzati in profondità dal governo cinese. Al massimo davano di tanto in tanto qualche avvertimento, per dimostrare che sapevano quello che accadeva ma sceglievano di non perseguire i responsabili. Allo stesso tempo, significava anche che il governo cinese accettava il concetto di libertà di parola, almeno per questi giornalisti stranieri nelle loro nazioni d’origine.

    Da quando Xi Jinping ha preso il potere ha perseguito diversi giornalisti stranieri e i loro giornali. Questo perché i media in oggetto hanno denunciato la falsa campagna anti-corruzione lanciata dal presidente, arrivando a provare la corruzione degli stessi Xi Jinping e Wang Qishan. Tra l’altro vi è il dubbio che questi materiali siano stati forniti [ai giornalisti] da alcuni nemici all’interno del Partito comunista, portando al sospetto che vi sia una lotta [interna] per il potere. Questo ha prodotto una reazione ancora più intensa.

    Ma da questi pochi casi il regime comunista ha scoperto un intero nuovo mondo. Ovvero il fatto che – per fare affari con la Cina – i governi occidentali sono disposti a non curarsi davvero della libertà di parola dei loro giornalisti; non si interessano del fatto che sia loro negata la libertà che hanno in Occidente, o che possano ingannare il proprio popolo. Forse questi governi sperano che alla loro gente venga detta una bugia.

    Mentre si dicono in privato impazienti riguardo la questione dei diritti umani in Cina, questi politici potrebbero aver comunicato a quei giornalisti che hanno una coscienza: “Non usate la vostra piccola libertà per creare problemi ai nostri grandi affari. Abbiamo ancora bisogno del sostegno delle nostre comunità commerciali per essere eletti. Senza l’approvazione del regime comunista quale azienda oserebbe sostenere la mia campagna? E se perdo il sostegno di tante aziende, potrei non essere rieletto”. Questo è il nostro grande problema.

    Al momento, molte persone che servono Xi Jinping hanno una volta studiato negli Stati Uniti e comprendono meglio i limiti della politica occidentale. Alla fine hanno capito che possono usare questi difetti per controllare la politica e il mondo dell’informazione occidentale. Durante le ere di Deng Xiaoping e Jiang Zemin, questo metodo di controllo e influenza della politica occidentale ha avuto molto successo. Xi Jinping ha iniziato a spendere molti soldi nelle nazioni occidentali per lo stesso scopo: rafforzare il controllo di quest’area.

    Ma la Cina comunista ha speso tanto denaro in Occidente per decenni: perché allora non ha il pieno controllo dei politici occidentali? C’è un problema: il problema dei media. Quando i media non sono del tutto controllati, allora i votanti non sono del tutto presi in giro. Quindi i politici hanno grande difficoltà a cooperare con il Partito comunista cinese, mentre i politici che si preoccupano dei diritti umani hanno grande vantaggio nel convincere gli elettori.

    Durante la recente campagna elettorale negli Stati Uniti, i candidati con più vantaggio hanno usato la questione Cina come un “Santo Graal” per attaccare i propri oppositori e costringerli a cambiare posizione, rafforzando gli attacchi contro il regime comunista. Questo cambiamento mostra che l’efficacia della vecchia politica si è ridotta: l’approccio di comprare i capitalisti occidentali permettendo loro di trarre vantaggio dal mercato cinese, e quindi indirettamente comprare i politici, non funziona più. La “riforma politica” deve adottare una nuova linea di pensiero su questa questione.

    Questa nuova linea di pensiero punta ora sui media: in particolare sui reporter in Cina e soprattutto su coloro che parlano bene cinese. L’idea è quella di mantenere in servizio quei giornalisti che bighellonano durante il proprio lavoro perché non conoscono bene il cinese e devono usare i dispacci dell’Agenzia Xinhua [organo di stampa del governo ndt]. Combinando incentivi e punizioni, approccio soffice e duro, il governo cinese può ora controllare i media stranieri come faceva negli anni Settanta.

    All’epoca soltanto due giornalisti – uno britannico e uno francese – osarono incontrarmi a Pechino; nemmeno quelli americani ebbero tanto coraggio. I loro boss e i loro governi stavano indagando la possibilità di fare affari in Cina. Ritengo che durante la visita di Deng Xiaoping negli Stati Uniti, egli abbia rivelato questo progetto all’allora presidente americano Carter: in cambio promise collaborazione per l’invasione del Vietnam. Subito dopo questo accordo, l’apertura dell’economia cinese – mantenendo al contempo delle politiche autoritarie all’interno – voluta da Deng ebbe un forte sostegno da parte degli Usa. Che con ogni probabilità all’epoca negoziava anche per vie private.

    Oggi Xi Jinping vuole il ritorno delle politiche interne dell’era di Mao Zedong. Certo, vuole anche che torni quel tempo in cui la falsa immagine della Cina propagata dalla sinistra occidentale influenzava gli elettori del Vecchio Continente. E questa volontà è parte importante del suo impegno: fare in modo che i media occidentali non sappiano la verità sulla Cina. L’ideale sarebbe tornare agli anni in cui i giornalisti non capivano il cinese e potevano soltanto leggere e riportare le notizie unificate della Xinhua e delle conferenze stampa.

    Un altro aspetto molto importante è che il popolo cinese, e persino i funzionari del governo, non credono ai media ufficiali ma soltanto a quelli stranieri. Quindi importare dall’estero le “notizie” controllate dal regime è l’unico modo per continuare a ingannare il popolo. Controllare la stampa estera non è soltanto una questione di diplomazia estera, ma alla fin fine il mezzo con cui la dittatura può sopravvivere in Cina. E questo è lo scopo principale del governo di Xi Jinping.

    La scelta di attaccare un corrispondente francese nasce dal fatto che la Francia è un Paese piccolo, divenuto sempre più debole con gli anni. Persino lo Stato islamico ha scelto di attaccare per prima la Francia. Xi ha voluto cogliere il frutto maturo con un colpo morbido, e sembra che abbia avuto molto successo. Presto applicherà la nuova linea di pensiero a tutti i media stranieri.

    Il consiglio che voglio dare ai miei amici cinesi è non soltanto di non ascoltare le bugie dei media comunisti: dovremmo anche analizzare e scegliere cosa ascoltare di ciò che proviene dall’Occidente. Mentre cerchiamo di evitare di farci ingannare dal regime comunista, dobbiamo evitare l’inganno anche di questi giornali stranieri che sono finiti nella rete del governo di Pechino. 

    invia ad un amico Visualizza per la stampa










    Vedi anche

    18/03/2016 11:46:00 CINA
    Cina, “sparito” l'ennesimo giornalista: ha chiesto a Xi Jinping di dimettersi

    Jia Jia doveva prendere un volo per Hong Kong, ma è scomparso e nessuno sa dove sia finito. Due settimane fa ha pubblicato una lettera aperta al presidente cinese, accusandolo di accumulare troppo potere. La censura è sempre più invasiva persino per il mondo comunista: un ex editorialista della Xinhua lamenta i “troppi argomenti” di cui è vietato parlare e il “troppo potere” dei Dipartimenti del Partito, oramai “arbitri dell’opinione pubblica”.  



    19/12/2013 CINA
    Il Partito ordina un "esame di marxismo" per tutti i giornalisti
    Il test si basa su un manuale di 700 pagine in vendita nelle librerie, dove si legge: "E' assolutamente proibito pubblicare commenti negli articoli pubblicati che vanno contro la linea del Partito". Chi fallisce il test perde la tessera stampa. Aumenta il controllo sui media nell'era di Xi Jinping.

    20/06/2006 Cina
    Pechino, nuova ondata di censura: bloccata la ricerca sui maggiori siti cinesi

    Sina e Sohu, i maggiori portali di ricerca su Internet cinesi, sono stati bloccati perché "non sono riusciti a mantenere gli standard governativi e filtrare le parole chiave ritenute politicamente pericolose". Si allunga la lista delle compagnie che accettano la censura del governo.



    13/11/2015 CINA
    Cina, purgati due intellettuali “che hanno criticato il Partito”
    I due, Liang Xinsheng e Zhao Xinwei, avrebbero espresso opinioni “non conformi alla linea” e per questo sono stati allontanati dai propri incarichi. Le nuove linee-guida di condotta per i membri del Pcc sono molto più rigide delle precedenti. Analisti preoccupati: “Si schiaccia del tutto la libertà d’espressione, sembra il ritorno della Rivoluzione culturale”.

    18/02/2006 Cina
    Cina, intellettuali a Hu Jintao: "Siamo preoccupati per la libertà di espressione"

    Un gruppo di 13 accademici commenta con una lettera aperta la "preoccupante situazione della  libertà di stampa e di insegnamento in Cina". "Il governo deve capire che permettere al popolo di parlare è solo un aiuto a comprenderlo meglio".





    In evidenza

    CINA - VATICANO
    Mons. Ma Daqin, il Vaticano e la “logica da banditi” dell’Associazione patriottica

    Gu Feng

    Un sacerdote della Cina centrale ripensa al “voltafaccia” del vescovo di Shanghai e lo paragona a Giovanni il Battista, confinato in prigione dopo le accuse a Erode. La “logica da banditi” dell’Associazione patriottica e del governo tende a eliminare la religione dal Paese. Il Vaticano rischia di contraddirsi venendo a compromessi con l’Associazione patriottica, che papa Benedetto XVI ha definito “incompatibile” con la dottrina cattolica nella Lettera ai cattolici cinesi che papa Francesco non ha smentito, anzi l’ha ribadita.


    CINA - VATICANO
    Il “voltafaccia” di mons. Ma Daqin, una croce per il bene di Shanghai

    p. Pietro dalla Cina

    Il vescovo ausiliare di Shanghai ha a cuore il benessere della sua diocesi e intende portare da solo il fardello delle sue dichiarazioni di quattro anni fa. Le precisazioni di p. Lombardi sul ruolo della Santa Sede fugano ogni dubbio: la Lettera di Benedetto XVI alla Chiesa cinese è ancora valida, quindi la posizione dell’Associazione patriottica non è accettata dal Vaticano. Il commento di un sacerdote cinese, traduzione a cura di AsiaNews.


    AsiaNews E' ANCHE UN MENSILE!

    L’abbonamento al mensile di AsiaNews non costa nulla: viene dato gratis a chiunque ne faccia richiesta.
     

    ABBONATEVI

    News feed

    Canale RSScanale RSS 

    Add to Google









     

    IRAN 2016 Banner

    2003 © All rights reserved - AsiaNews C.F. e P.Iva: 00889190153 - GLACOM®