26/06/2008, 00.00
MYANMAR
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Premier in esilio: solo Cina e India possono sbloccare la crisi birmana

Sein Win, cugino della Nobel Aung San Suu Kyi, ha intenzione di fare visita ai governi di Pechino e Delhi, alleati chiave del feroce regime militare. Ma finora ogni tentativo è stato vano: le due potenze “temono di compromettere i rapporti con la giunta”.
Washington (AsiaNews) – Si trova in India e in Cina la chiave di volta per sbloccare la drammatica situazione del Myanmar. Con questa convinzione il premier del governo birmano in esilio, Sein Win, sta lavorando per incontrare i leader delle due potenze asiatiche, alleati cruciali del regime militare di Naypydaw. “Pechino e Delhi possono giocare un ruolo importante nel trovare una soluzione pacifica alla crisi politica in Myanmar”, dichiara il premier in un’intervista al quotidiano The Irrawaddy. Finora, però, i suoi sforzi per giungere ad un confronto sono stati vani.
 
“Entrambe (Cina e India) - racconta il primo ministro, cugino di Aung San Suu Kyi, la leader democratica agli arresti domiciliari - sono molto evasive, perché temono che ogni rapporto con noi possa compromettere i loro rapporti con la giunta”. Numerosi sono gli interessi in gioco: energia, risorse naturali, armamenti. Dal 1990, anno in cui i generali annullarono le elezioni politiche vinte dalla Lega nazionale per la democrazia di Suu Kyi e costrinsero all’esilio o al carcere i suoi seguaci, Sein Win non è più potuto entrare né in India, né in Cina. In quello stesso anno è stato eletto a capo del National Coalition Government of the Union of Burma (Ncgub), governo in esilio con sede a Washington DC. Da tempo Sein Win chiede che sia proprio la “più grande democrazia al mondo” ad ospitare il Ncgub. Ma i suoi appelli continuano a cadere nel vuoto.
New Delhi si limita ad ammonire sulla necessità di un dialogo tra le parti in Birmania. Dal canto suo Pechino, pur prodiga di soccorsi nell’ultimo terremoto in Sichuan, continua a bloccare al Consiglio di sicurezza ogni iniziativa contro il Myanmar, colpevole di un vero e proprio omicidio di massa.
 
Sulla situazione umanitaria nel Paese devastato a sud dal ciclone Nargis, il premier in esilio non sembra stupito della chiusura verso i soccorritori stranieri, a cui la giunta ha in tutti i modi limitato l’accesso alle zone disastrate. È invece scioccato dalle intimidazioni e dagli ostacoli dei militari nei confronti dei volontari birmani e dei cittadini privati che hanno cercato di soccorrere come potevano i loro connazionali. Intanto dopo due mesi dalla catastrofe il regime ha da poco diffuso il bilancio ufficiale in termini di vite umane: i morti sono stati 84.537, i dispersi sono 53.836 e i feriti 19.359.
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