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    » 23/06/2011, 00.00

    ISLAM

    Primavera araba “ambigua”; occidente “squallido”

    Bernardo Cervellera

    I rivolgimenti in Medio oriente e in Nordafrica aprono a speranze, ma anche a timori per un’involuzione militare o fondamentalista. Le Chiese di Tunisia ed Egitto vogliono vivere a fianco di tutta la popolazione. Il dibattito sulla “laicità” delle istituzioni e la libertà religiosa. L’occidente stanco e “pusillanime” ha bisogno di una nuova evangelizzazione. Un bilancio del raduno del Comitato scientifico di Oasis.
    Venezia (AsiaNews) - La “primavera araba” è ambigua ed è ancora molto forte il rischio di tradirla col fondamentalismo islamico o l’autoritarismo del potere politico o militare. Ma essa è “un punto di non ritorno” perché ha fatto emergere il bisogno di pluralismo all’interno dello stesso islam arabo. Per questo garantire pluralismo, libertà religiosa e la vita delle comunità cristiane è la migliore garanzia per un futuro democratico e per una società civile aperta.

    Allo stesso tempo, la “primavera araba” mette in discussione anche l’occidente dove quei valori che il mondo arabo sta cercando sono tradotti in modi che emarginano la religione o inneggiano al relativismo.

    Sono questi alcuni dei temi che si sono rincorsi nei tre giorni di raduno (dal 19 al 22 giugno) del Comitato scientifico della rivista Oasis a Venezia, sotto la presidenza del card. Angelo Scola, con la presenza di vescovi e patriarchi dal Medio oriente, dal Nordafrica e dall’Europa, e di studiosi cristiani e islamici delle più qualificate università mondiali.

    Ambiguità nel presente e nel futuro

    Le insurrezioni in Medio oriente e Africa del nord sono “ambigue” anzitutto perché hanno intrapreso strade differenti nei diversi Paesi: rivoluzione non violenta (o quasi) in Tunisia ed Egitto; conflitto sanguinario in Libia, Siria, Bahrain, Arabia saudita. In tutte però vi è la domanda della popolazione a una vita più dignitosa, al lavoro, al cambiamento di regime, alla democrazia vista come una possibilità di far diventare protagonisti della vita sociale gruppi e minoranze che costituiscono la popolazione dei Paesi interessati.

    Vari esperti sono intervenuti a sottolineare che tutto questo mostra la profonda esigenza di una pluralità rispettata e vissuta e il desiderio di una società che si basa sulla dignità della persona e non sul potere o la corruzione. In questo senso, le “insurrezioni” rifiutano un islam monolitico, che non lascia spazio a modi diversi di vivere la fede musulmana e alle altre minoranze religiose. Proprio per questo, in non pochi casi (soprattutto Tunisia ed Egitto) i cristiani sono scesi in piazza fianco a fianco a dimostrare con i giovani musulmani.

    Mons. Maroun Laham, arcivescovo di Tunisi ha detto a più riprese che i cristiani “non hanno paura” di questi sommovimenti. Al contrario, occorre che i cristiani del Medio oriente (e Nordafrica) siano aiutati a integrarsi sempre di più nel tessuto sociale dei loro popoli.

    A tale proposito, il patriarca cattolico di Alessandria Antonio Naguib, ha ricordato che durante le manifestazioni di piazza Tahrir “i cristiani non hanno domandato la protezione dell’occidente”. L’imam di Al Azhar e il governo di Mubarak hanno invece sostenuto che Benedetto XVI avesse domandato tale protezione per i cristiani, ma si tratta di un’interpretazione errata delle parole del papa (v. AsiaNews.it, 20/01/2011 L’università islamica di Al Azhar sospende il dialogo con il Vaticano).

    Una “terza via” per la laicità

    Le prospettive della rivolta dei giovani rimangono comunque sospese. Anzitutto perché oltre al desiderio di cambiamento nella pluralità vi sono altri fattori: l’esercito; i gruppi fondamentalisti; le vecchie nomenclature. Alcuni esperti – come Mark Movsesian, direttore del Center of Law and Religion alla St John’s University (New York, Usa) – hanno ricordato che alla fine del XIX secolo, l’impero ottomano aveva cercato di secolarizzare la società (Tanzimat) garantendo piena cittadinanza a tutti i gruppi (anche ai cristiani) e spingendo verso la democrazia. Ma la caduta dell’impero ha portato al potere i militari turchi e ha causato il contraccolpo del genocidio armeno e cristiano.

    Nella ricerca di una società che dia piena cittadinanza a tutti i gruppi sociali, il Medio oriente ha davanti due modelli: quello “americano”, in cui lo Stato è neutrale verso le religioni, ma permette ad esse un’influenza nella società, pur sottomesse al rispetto dei diritti umani; quello “francese” in cui alle religioni si lascia solo uno spazio nel privato, escludendole dalla vita pubblica. Diversi autori – e fra questi, Salim Daccache, libanese dell’université St Joseph (Beirut) – hanno mostrato che in Libano e in Medio oriente le persone vivono un’appartenenza molto forte alle comunità religiose e per questo è importante ricercare “una terza via”, in cui lo Stato dia spazio all’influenza delle religioni nella società, ma garantisca allo stesso tempo la pluralità delle espressioni religiose.

    Va detto che in questa ricerca della “terza via”, sono impegnati anche gruppi integralisti come i Fratelli musulmani in Egitto o i partiti salafiti in Tunisia, anche se per alcuni esperti queste loro posizioni moderate sembrano più un espediente pre-elettorale che un reale cambiamento di prospettiva.

    Il card. Scola ha più volte sottolineato che il futuro positivo delle “insurrezioni” potrà essere verificato nel passaggio verso l’istituzionalizzazione, nello spazio che le nuove strutture sociali e politiche daranno alla libertà religiosa.

    Lo stanco occidente

    In tutto questo quadro di rivolgimenti e ricerche, è emerso in modo piuttosto chiaro il silenzio o la pusillanimità dell’occidente (europeo e statunitense). Esso aveva sempre appoggiato i dittatori di turno nei Paesi coinvolti dalla “rivoluzione dei gelsomini” ed è rimasto senza parole davanti alle manifestazioni, predicando rispetto e giustizia quando i governi (appoggiati e riconosciuti da Europa e America) hanno tentato la via della violenza per cancellarla.

    Qualcuno (il prof. Vittorio E. Parsi, dell’Università cattolica di Milano) ha tentato di mostrare come impegno “per i diritti umani” l’intervento Nato in Libia, ma in molti hanno fatto notare le critiche della Chiesa locale all’intervento, che non lascia alcuno spazio alla diplomazia, e i tanti sospetti che dietro le manovre militari occidentali in Libia si nascondano interessi petroliferi e finanziari.

    Proprio lo squallore con cui l’occidente si disinteressa alle rivoluzioni arabe (o si interessa in modo parziale e interessato), ha spinto il card. Scola a concludere il raduno ricordando l’urgenza dell’evangelizzazione, non solo in Medio oriente, ma anche in Europa, dove la secolarizzazione sta trascinando anche i cristiani a vivere il cristianesimo come un’ispirazione solo culturale o caritativa. “Occorre – ha detto il patriarca di Venezia – ritornare a un’identità cristiana vissuta in modo personale e comunitario”.
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