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    » 30/03/2010, 00.00

    RUSSIA

    Putin ha portato all’islamizzazione del terrorismo caucasico



    Oggi a Mosca è giorno di lutto. Le bombe della metropolitana hanno un’origine lontana: nascono dalla scelta di rifiutare le possibilità di dialogo offerta dall’ex presidente ceceno e di scegliere la repressione. Timori di sussulti xenofobi e per il rispetto dei diritti umani.
    Mosca (AsiaNews) – La firma della strage al metro di Mosca è ancora un'incognita. Forse lo rimarrà a lungo e l'utilizzo delle famigerate “vedove nere” è al momento solo un'ipotesi, più utile ai fini mediatici che a spiegare l'enormità della sfida che il terrorismo rappresenta per la Russia di oggi. I 39 morti delle due bombe di ieri consolidano, però, due certezze: il fallimento della politica di “stabilizzazione” sponsorizzata da Vladimir Putin (il terrorismo ceceno non solo non è sconfitto, ma ha messo radici nelle vicine repubbliche di Daghestan e Inguscezia) e l'islamizzazione dei guerriglieri ceceni (sempre più simili a talebani che a indipendentisti).
     
    A Mosca oggi è il giorno del lutto: le bandiere sventolano a mezz'asta, i programmi di intrattenimento su radio e tv sono stati sospesi e i cittadini depongono fiori e candele nelle stazioni teatro degli attacchi, Park Kultury e Lubyanka. La metropolitana è pattugliata dalla polizia e misure di sicurezza sono state predisposte anche in altre città, da San Pietroburgo a Novosibirsk.
     
    Gli attentati più gravi degli ultimi sei anni, attribuiti ai ribelli del Caucaso settentrionale, hanno lasciato anche 71 feriti, dei quali cinque in condizioni critiche. Ma non sono arrivati senza preavviso. Dokka Umarov, il leader del movimento indipendentista ceceno ed auto-proclamato “emiro del Caucaso”, aveva avvertito su un sito islamico che la jihad sarebbe stata presto rilanciata su tutto il territorio russo.
     
    Non solo il riferimento alla guerra santa, anche la simbologia del colpire la rete dei mezzi di comunicazione per di più in un punto indicativo come la Lubjianka (sede storica dei servizi segreti russi che nel Caucaso hanno tagliato negli ultimi mesi molte teste tra i militanti islamici) fa intendere che la guerriglia cecena non è più quella della campagna di attacchi del '99-2004. Allora Aslan Maskhadov, ex presidente ceceno, ricorse alla lotta armata, ma mai al terrorismo e sempre con un'ispirazione laica e disponibile al dialogo. Disponibilità che il Cremlino non accolse, scegliendo la strada della repressione violenta, le cui conseguenze sono oggi la mattanza quotidiana nel Caucaso settentrionale e le stragi al cuore del Paese. Il movimento indipendentista si è radicalizzato, accogliendo in sé i seguaci kamikaze di Shamil Basayev e del suo erede Umarov, dall'impostazione estremista sia dal punto di vista ideologico che di metodo. 
     
    Oggi il quotidiano Kommersant indica in Said Buryatski – altro leader dei militanti islamici del Caucaso, ucciso in Inguscezia all'inizio di marzo – la mente della strage di ieri. Per portare a termine gli attentati al metro avrebbe assoldato un commando di 30 estremisti, istruiti nelle madrasse turche e addestrati tra la Cecania e l'Inguscezia.
     
    Gli attacchi a Mosca innalzano anche l'allarme sul fronte diritti umani. Possono gettare benzina sul clima d'odio xenofobo che già infuoca la società russa, ma anche fornire la giustificazione politica per sguinzagliare le forze di sicurezza a reprimere i “terroristi”. In Inguscezia sono già iniziate le perquisizioni nelle case dei familiari dei guerriglieri schedati. Perquisizioni che spesso in quelle terre sono sinonimo di rastrellamenti e sparizioni. (MA)
     
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