18/01/2021, 12.15
CINA
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Quasi 100 milioni di cinesi bevono acqua ‘potabile’ inquinata

Registrata la presenza di acidi Pfas, altamente tossici. Pechino non ha standard di sicurezza al riguardo. Livelli maggiori nelle aree industriali del sud e dell’est. Società cinesi costruiscono impianti per l’acqua potabile nei Paesi in via di sviluppo.

Pechino (AsiaNews) – Quasi 100 milioni di cinesi bevono acqua “potabile” con livelli di tossicità chimica superiori ai limiti di sicurezza. È quanto emerge da una ricerca dell’università Qinghua sulla presenza nelle acquee del Paese di Pfas (acidi perfluoroacrilici), sostanze molto aggressive usate in molti ambiti industriali. Una volta presenti nelle falde acquifere, esse finiscono nelle case e nella catena alimentare, a danno della salute della popolazione.

Il team di studiosi ha monitorato 66 città per un totale di 450 milioni di abitanti. Esso ha dovuto fare riferimento ai parametri stabiliti dallo Stato Usa del Vermont. La Cina non ha infatti standard nazionali di sicurezza sul monitoraggio delle acque potabili.

Dallo studio risulta che 16 centri abitati, circa il 20% del campione, non rispettano i livelli di salvaguardia. Le città con i più alti tassi di inquinamento delle acque sono Suzhou, Wuxi e Hangzhou (Zhejiang) nella parte orientale del Paese, e Foshan in quella meridionale. Pechino e Shanghai hanno i valori entro i limiti. Le aree con le acque più inquinate sono quelle dove l’attività industriale è più intensa e la densità della popolazione più alta.

In tre città del bacino dello Yangtze (Fiume Azzurro) i ricercatori hanno individuato grosse concentrazioni di Pfoa e Pfos, tra i quattro acidi Pfas più nocivi. L’Agenzia europea per la sicurezza alimentare e l’Agenzia Usa per la protezione ambientale sottolineano che essi necessitano di secoli per “degradarsi”, e non possono essere assimilati dall’organismo umano.

La Cina è uno dei più grandi produttori mondiali di Pfas, sebbene essa abbia firmato accordi internazionali per la loro eliminazione o riduzione. Molti osservatori e gruppi ambientalisti spesso accusano Pechino di non rispettare gli impegni presi per la tutela dell’ambiente.

Secondo gli analisti, i dati pubblicati dalla Qinghua dovrebbero preoccupare quei Paesi in via di sviluppo che si affidano a società cinesi per risolvere il problema dell’accesso all’acqua potabile. Il Burkina Faso è l’ultimo ad avervi fatto ricorso. La Chinese Construction Engineering Company realizzerà in 30 mesi quattro  impianti di questo tipo, un investimento da 58 milioni di dollari sovvenzionato dalla Exim Bank of China, il principale finanziatore della Belt and Road Initiative.

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