16/03/2013, 00.00
GIAPPONE
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Sendai, il lavoro della Caritas a due anni dallo tsunami

di David Uribe
Il Centro di aiuto della diocesi di Sendai è attivo in ben cinque grandi città delle prefettura. Oltre 100 volontari impegnati nella ricostruzione e nell'aiuto psicologico e spirituale alle vittime. Resta critica la situazione nelle prefetture di Myagi e Iwate. Migliaia di persone ancora senza tetto a causa dei ritardi nei lavori di ricostruzione.

Sendai (AsiaNews) - A due anni dal terremoto e dallo tsunami che l'11 marzo del 2011 hanno devastato il Giappone, continua senza sosta il lavoro del centro di aiuto della Diocesi di Sendai  (Sendai Diocese Support Center, Sdsc), coordinato dalla Caritas giapponese e sostenuto da tutte le diocesi del Paese. Nato cinque giorni dopo la tragedia costata la vita a oltre 19mila persone, il centro è attivo al momento in cinque città: Kamaisgi, Yonekawa, Minami, Sanriku, Ishinomaki, Miyako, Osuchi, Ofunato, Haramachi e Iwaki. In queste zone la Chiesa è presente con oltre 100 volontari attivi e nella ricostruzione delle abitazioni e nel sostegno psicologico e spirituale alle vittime.

Tuttavia la situazione nelle aree colpite è ancora critica. Nella prefetture di Iwate e Myagi dopo le continue richieste della popolazione sono giunti pochi mesi fa squadre di muratori per poter ricostruire le abitazioni distrutte, ma la gente fa ancora fatica a sopravvivere e dipende dagli aiuti umanitari. Nelle città di Minami-Sanriku (Myagi) e Ostuchi (Iwate) entrambe spazzate via dall'onda di tsunami, i resti dei palazzi e degli edifici rimasti in piedi non sono ancora stati ricostruiti e giacciono come antiche rovine coperte di vegetazione in primavera e di neve durante l'inverno.

Il programma di ricostruzione è troppo lento e ciò ha già costretto migliaia di persone ad abbandonare le loro città di origine. Nel dicembre 2012 circa 150mila abitanti delle province di Myagi e Iwate sono migrate altrove. Il futuro di questi luoghi è ancora incerto e più scorre il tempo, più è drammatico per gli abitanti continuare a vivere senza lavoro e in condizioni di povertà e disagio, soprattutto psicologico.   

Entro il 2013 la popolazione spera che il governo inizi a costruire dei centri ricreativi per spingere le famiglie, ma soprattutto le persone rimaste sole a uscire dal loro isolamento forzato nelle piccole baracche costruite sulle macerie delle loro case distrutte.   

Ancora più drammatica è la condizione della prefettura di Fukushima colpita dalle radiazioni dell'omonima centrale nucleare danneggiata in modo irreparabile dal sisma e dall'onda anomala. Dopo l'incidente al reattore numero 1, 89mila persone residente nell'anello di sicurezza (circa 30 km dalla centrale) sono state costrette ad abbandonare le loro abitazioni e non è chiaro se potranno mai fare ritorno nelle loro case. I livelli di radiazioni anche in citta come Koryama e Fukishima, distanti circa 60 km dalla centrale sono altissimi. I rapporti parlano di 20 millisievert all'anno, quantità che mette in pericolo la vita dell'uomo. Il livello di tolleranza è di circa 1 millisievert all'anno. Tale situazione ha generato una vera e propria fuga dalle città e dai villaggi situati nei pressi della centrale nucleare. L'insalubrità dell'aria ha spinto migliaia di persone a cercare a proprie spese e senza alcun rimborso da parte del governo un altro luogo in cui vivere. La situazione è drammatica soprattutto per le giovani coppie con figli, che faticano a mantenere le loro famiglie. 

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