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  • » 07/09/2010, 00.00

    CINA

    Shenzhen e le riforme politiche, le ambiguità di Wen Jiabao e Hu Jintao



    Il presidente cinese suggerisce che la metropoli delle modernizzazioni vari anche riforme politiche, ma “con caratteristiche cinesi”. Due settimane prima il premier Wen Jiabao aveva perorato riforme politiche senza di cui anche la modernizzazione economica fallisce. Discussioni fra gli attivisti democratici. Secondo alcuni, il potere cinese “non ha la volontà di riconoscere valori accettati internazionalmente”.
    Shenzhen (AsiaNews) – I discorsi del presidente Hu Jintao per i 30 anni della zona economica speciale di Shenzhen hanno fatto rizzare le orecchie a molti dissidenti. La loro speranza era quella che alle riforme economiche, varate proprio a Shenzhen, seguano le tanto desiderate riforme politiche. Da anni, infatti, all’interno del Partito comunista cinese si parla di varare riforme politiche che permettano la salita di grado di persone competenti – scelte per elezioni – e che si combatta la corruzione con una verifica da parte della base. Ma finora non si è visto nulla.
     
    Ieri alle celebrazioni, Hu Jintao ha citato l’urgenza di “riforme politiche”, ma ha subito aggiunto che esse devono avere “caratteristiche cinesi”. Egli ha comunque sottolineato che la città di Shenzhen deve essere pioniera anche di “riforme economiche, politiche, culturali e sociali”.
     
    Circa due settimane prima, il premier Wen Jiabao ha visitato la città di Shenzhen e ha fatto sussultare gli animi dicendo che “senza la salvaguardia delle riforme politiche, i frutti delle riforme economiche si perdono e lo scopo della modernizzazione non si materializza”.
     
    L’idea di Wen Jiabao si avvicina ai suggerimenti contenuti nel manifesto di Carta 08, firmato da migliaia di attivisti democratici, il cui estensore, Liu Xiaobo, è stato condannato a 11 anni di carcere per “sovversione contro i poteri dello Stato”.
     
    Secondo il Southern Metropolis News di Guangzhou, Wen ha sottolineato che le riforme politiche devono avvenire per una verifica del potere, per permettere alla gente di criticare e osservare lo stile del governo, per colpire la corruzione e costruire un società giusta e bilanciata.
     
    Un altro giornale, il Guangmin Ribao, è sembrato gettare acqua sul fuoco, ribadendo che la democrazia dell’occidente non si adatta alla Cina, che deve invece trovare una sua via.
    Le dichiarazioni di Hu a Shenzhen correggono il tiro di Wen e fanno ripiombare la Cina nell’immobilità.
    Chen Zimin, analista indipendente di Pechino, intervistato dal South China Morning Post, rimane pessimista: “Nella misura in cui si parla di ‘caratteristiche cinesi’, non ci sarà niente di nuovo. Significa che non si ha la volontà di riconoscere valori accettati internazionalmente”.
     
    Chen Shuwei, attivista democratico di Shenzhen è ancora più duro. Egli fa notare che Hu ha parlato solo di riforme socialiste democratiche: “Secondo me questo significa che la democrazia è sotto il controllo del Partito comunista cinese. E aggiunge: “’E solo uno show. Essi parlano di uno Stato di diritto, ma in effetti questo no si verifica mai. Penso che queste riforme [di cui parlano] sono un falso”.
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