16/08/2018, 16.02
INDONESIA
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Si lamentò per la voce del muezzin: buddista rischia il carcere per blasfemia

di Mathias Hariyadi

Richiesta una condanna a 18 mesi sulla base di una fatwa. Nel luglio del 2016, le dichiarazioni della donna hanno innescato uno dei peggiori episodi di violenza settaria contro la comunità buddista di etnia cinese. Gli attivisti per i diritti umani chiedono la revoca o la modifica della normativa sulla “diffamazione religiosa”.

Jakarta (AsiaNews) – Una signora buddista di origini cinesi residente a Tanjung Balai (provincia di North Sumatera) rischia una condanna a 18 mesi di carcere per “offese all’islam”. Meiliana (foto), 44 anni, è accusata di blasfemia per aver dichiarato nel 2016 che l'azan (la chiamata islamica alla preghiera) di una moschea vicina era “troppo rumorosa” e “dannosa” per le sue orecchie. Nel Paese musulmano più popoloso al mondo, ogni commento su questioni che riguardano l’islam è delicato e le conseguenze sono spesso dolorose.

I pubblici ministeri della Corte distrettuale di Medan, capoluogo della provincia, tre giorni fa hanno chiesto la condanna di Meiliana. Essi basano le loro accuse su una fatwa emessa dal capitolo locale del Consiglio degli ulema indonesiani (Mui), che ha definito “blasfemo” il comportamento della donna. Nel luglio del 2016, le sue affermazioni hanno innescato uno dei peggiori episodi di violenza settaria nella reggenza di Tanjung Balai: dichiarandosi offesi, gruppi di estremisti islamici hanno dato alle fiamme almeno sei templi e case di preghiera buddiste. Sette degli aggressori sono finiti a processo e condannati solo ad alcuni mesi di prigione.

Andreas Harsono, referente per l’Indonesia degli attivisti di Human Rights Watch critica l’“eccessiva flessibilità” che caratterizza l’articolo del Codice penale (Kuhp) sulla “diffamazione religiosa”, il 156a. “Esso è stato prodotto nel 1965 – afferma Harsono – e per quasi 40 anni o cinque mandati presidenziali è stato utilizzato solo otto volte. Tuttavia, durante l’amministrazione Yudhoyono (2004-2014) tale legge è stata applicata in 89 casi, giustificando la condanna al carcere per 25 imputati. Per quanto riguarda il primo governo Widodo (2014-2019), al momento i procedimenti sono già 22, compresi quelli dell’ex governatore di Jakarta e della potenziale prossima vittima, la signora Meiliana”. L’attivista esorta il governo indonesiano a revocare o modificare il regolamento esistente, al fine di ridurre la “possibilità” che altre persone siano punite da “norme ingiuste”.

Situata a sei ore di auto da Medan, Tanjung Balai è una piccola città dove risiedono diversi gruppi etnici a maggioranza islamica. Tra essi vi sono i Melayu, originari della zona; i Javanesi, provenienti dalle provincie di Central ed East Java; i Batak dal North Sumatera; infine i Nias, nativi dell’omonima isola. I residenti buddisti di etnia cinese costituiscono una minoranza e non sono nuovi ad episodi di intolleranza. Nel 2011, un cittadino musulmano ha esposto denuncia per l’erezione di una grande statua raffigurante Buddha nella casa di preghiera di Tri Ratna. Alla segnalazione sono seguiti raduni e manifestazioni di protesta, durante i quali gli islamisti hanno affermato che la scultura avrebbe “danneggiato l’immagine di Tanjung Balai, città musulmana”.

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