16/10/2018, 11.50
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Simposio di AsiaNews 2018, P. Marcelo: Giovani inquieti, in cerca di risposte da ‘testimoni credibili’

di Marcelo Farias dos Santos

 Parla un missionario del Pime, che a partire dalla sua vocazione, spiega i giovani di oggi, che vanno oltre i discorsi e cercano rapporti umani costruiti sulla fiducia. “Ciò che mi ha convinto nel diventare missionario non sono stati tanti bei discorsi, ma uomini credibili, uomini la cui vita parlava del Vangelo”.

Roma (AsiaNews) – I giovani di oggi “sono persone inquiete, che non si accontentano di risposte facili o di una fede prefabbricata”; pongono domande pertinenti e pretendono risposte precise, o per lo meno qualcuno disposto ad ascoltarli. È quanto racconta p. Marcelo Farias dos Santos, missionario Pime destinato al Giappone, intervenendo oggi al Simposio di AsiaNews “Giovani che resistono”. Tra i passaggi più interessanti del suo messaggio, quello in cui evidenzia un modo “nuovo” e “affascinante” di evangelizzare da parte dei padri del Pime, “che stanno in mezzo alle cose”. Questo lo ha portato, in età adulta, a fare altrettanto con i giovani: perché ciò che essi vogliono, afferma, sono “testimoni credibili, interlocutori che per primi vivano ciò che dicono dimostrandolo con la propria vita”. Sono giovani che ai bei discorsi preferiscono “rapporti umani” costruiti sulla fiducia. Di seguito il suo discorso integrale.

Buongiorno a tutti voi, carissimi amici di AsiaNews.

Mi chiamo p. Marcelo, sono brasiliano e missionario del Pime. Sono anch’io un amico di AsiaNews ed è con grande gioia che oggi sono qui per condividere con voi un po’ della mia storia. In particolare, della mia vocazione: come ho fatto questa scelta di dedicare la mia vita al Signore attraverso il Pime, l’istituto al quale appartengo. Lo faccio su invito del caro amico p. Bernardo, in occasione del Sinodo dei giovani.

Ho 34 anni e da otto anni sono padre del Pime. Sono originario della diocesi di Macapà, in Brasile, che si trova in Amazzonia. Questo [particolare] è molto importante perché la nostra diocesi, proprio quest’anno, festeggia i 70 anni di presenza del Pime, il quale ha donato alla nostra diocesi, oltre che diversi missionari, anche i primi vescovi. 

In pratica la nostra diocesi è stata fondata dai missionari del Pime; il nostro primo vescovo, mons. Aristide Pirovano, missionario del Pime, è stato come il patriarca che poi ha portato molti altri [missionari] con sé. 

In un certo senso, mi considero frutto del lavoro, dei sacrifici, delle vite di tanti missionari del Pime nella nostra diocesi. Perciò mi piace pensare alla mia vocazione come a qualcosa di molto naturale, una conseguenza naturale di un sacrificio d’amore fatto dai missionari del Pime per Dio nella nostra terra, nella nostra diocesi.

Fin da ragazzo sono cresciuto [immerso in questo spirito], frequentavo la chiesa, ho fatto il chierichetto, ho aiutato nella catechesi. I miei genitori sono sempre stati molto attivi, vengo da una famiglia molto cattolica e praticante. 

Essendo cresciuto in mezzo ai missionari del Pime, all’inizio non credevo ci fosse una distinzione tra diocesani, religiosi, missionari, anche perché la stragrande maggioranza dei sacerdoti erano i padri dell’istituto. Per me quelli erano semplicemente i nostri preti.

I primi esempi umani che ho avuto sono stati proprio loro, quando pensavo che forse Dio mi stava chiamando a consacrare la mia vita a lui. Alcuni sono diventati miei grandi amici, grandi esempi di vita. Quando ho cominciato a maturare questa scelta intorno ai 12-14 anni, dicevo dentro di me: “Se davvero il Signore mi chiama ad essere un prete, io vorrei essere così, come loro. Perché loro sono bravi, perché loro stanno in mezzo a noi, perché loro non si chiudono in un ufficio, in una sacrestia, ma si mettono in mezzo alla gente, a giocare con i ragazzi, a prendere un caffè nelle case, a condividere le gioie e le fatiche di ogni giorno delle persone”. Questo mi colpiva dei missionari del Pime e questo mi ha affascinato al punto che ho deciso di iniziare un cammino di discernimento. 

A 16 anni ho iniziato questo cammino che è durato due anni, nella mia diocesi con p. Dante Bertolazzi, un grande amico, probabilmente colui che più ha inciso nella mia scelta. Di solito dico che lui è il vero “colpevole” della mia vocazione, il mio modello di missionario. Egli mi ha seguito per due anni finchè nel 2002, con il permesso del consiglio regionale del Pime dell’epoca, ho presentato domanda per entrare in seminario e ho cominciato il cammino formativo: sono stato quattro anni in Brasile e altri quattro in Italia, nel nostro seminario di Monza.

Nel 2010 sono stato ordinato sacerdote e per i primi quattro anni del mio ministero i miei superiori mi hanno chiesto di dedicarmi ai giovani. Questa è una delle ragioni per cui in questo momento vi sto parlando: immagino che p. Bernardo mi abbia invitato a rivolgervi qualche parola in particolare per questa mia piccola esperienza, dato che sono stato quattro anni nell’animazione giovanile e vocazionale del Pime in Italia, soprattutto nella regione del Triveneto. 

Durante questo periodo ho potuto conoscere molti ragazzi. Ho potuto aiutare alcuni di loro a maturare una scelta di vita. Posso dire che è stato non solo un periodo in cui ho aiutato altri, ma durante il quale io stesso sono stato aiutato, sono maturato e ho imparato tanto. Ho imparato tanto da loro, perché a volte noi clero ci sentiamo tanto maestri, ci sentiamo tanto responsabili, e ci dimentichiamo che la gente ci insegna, ci aiuta, ci fortifica, ci conferma nella nostra scelta. Quei ragazzi, quei giovani, mi hanno aiutato tanto. 

Durante quei quattro anni ho potuto maturare alcune riflessioni riguardo i nostri giovani oggi, anche perché ho potuto fare un confronto tra i giovani italiani e la gioventù in Brasile, con la quale io avevo condiviso molto. Sono state due esperienze completamente diverse, non solo culturalmente rispetto ai due Paesi, ma anche perché da una parte, ero un giovane cresciuto in una realtà ecclesiale precisa; dall’altra ero un adulto, un prete, chiamato ad accompagnare giovani, ad aiutare giovani nel proprio cammino di fede. Il mio ruolo in queste due esperienze è stato completamente diverso. Ma in ogni caso, credo di aver potuto imparare o almeno intuire alcune cose sulla gioventù.

La prima cosa riguarda la fede dei nostri giovani: oggi è facile dire che i nostri giovani non credono più. Soprattutto i più anziani, molto facilmente criticano i nostri giovani dicendo che loro non credono. Dal mio punto di vista, questo non è assolutamente vero e non lo è nemmeno per quei giovani che effettivamente non vanno in chiesa. 

Cosa intendo dire? In base alla mia esperienza, quando un giovane non va più in chiesa, non significa affatto che quel giovane non ha fede. Ho conosciuto tanti giovani che, sebbene non frequentassero più la messa la domenica o la chiesa in generale, per diversi motivi hanno sempre mantenuto una propria fede personale. Soprattutto una fede che si interroga riguardo Dio, riguardo l’esistenza dell’uomo e lo scopo dell’esistenza umana. I nostri giovani sono persone inquiete, che non si accontentano di risposte facili, che non si accontentano di una fede prefabbricata, una fede che semplicemente uno dice: “Eccola, tu accettala e basta”. 

Ecco, è questo che loro non possono accettare, è davvero difficile concepire una fede di questo genere, loro hanno delle domande, delle domande pertinenti, precise, e pretendono risposte. Questa è una prima cosa. Tante volte i nostri giovani vogliono soltanto qualcuno che si sieda con loro, li ascolti, e dia o almeno provi a dare delle risposte di fede. 

Ma qui poi noi arriviamo ad un secondo punto che io ho maturato in quel periodo: loro non accettano queste risposte da chiunque, perché una caratteristica dei nostri giovani oggi è che loro esigono testimoni credibili. Loro vogliono che il loro interlocutore, per primo, viva ciò che sta dicendo e lo dimostri con la propria vita. 

Ecco, io ho notato che non importa quanto giusti, buoni, convincenti, siano i tuoi argomenti: se la tua vita è una contraddizione, loro non ti ascolteranno, ti volteranno le spalle e ti diranno “Torna un altro giorno”, come gli ateniesi a Paolo: “Ti ascolteremo un altro giorno”.

Perché? Perché per i nostri giovani è molto importante non solo il contenuto del discorso, ma anche il rapporto umano. Questo rapporto umano si costruisce sulla fiducia: e questa fiducia è possibile ottenerla soltanto quando loro vedono nell’interlocutore una trasparenza, una coerenza, che sono le basi di un rapporto di fiducia.

Perciò, secondo me, questo è uno dei motivi per i quali i nostri giovani vanno poco in chiesa, o non riescono ad accettare una vita di comunità, una partecipazione alla comunità più attiva. Perché non trovano nessuno di questi due punti che ho appena cercato di evidenziare: risposte profonde e esaurienti a domande difficili che loro si pongono; e risposte date da testimoni credibili.

È questa una delle ragioni per cui oggi è difficile per i nostri giovani fare scelte definitive nella propria vita a livello vocazionale. Cosa intendo dire? Io sono stato animatore vocazionale per quattro anni e ho notato che i nostri giovani non riescono a fare una scelta di fede, e quindi una scelta vocazionale, perché una cosa è legata all’altra.

Provo ad essere più semplice: “Come posso io, anche solo pensare, di dedicare tutta la mia vita al Signore, se non riesco nemmeno a comprendere chi è questo Signore? Se non riesco a definire uno spazio per lui nella mia vita? Come posso pensare di diventare sacerdote, consacrato, consacrata, se non trovo nell’ambiente ecclesiale consacrati, consacrate e sacerdoti, credibili, modelli di vita, evangelizzatori che mi convincano con la loro vita, con la loro esistenza, che vale la pena fare quella scelta?”.  

E qui torno alle origini della mia vocazione. Io comprendo, capisco i giovani che ho conosciuto, i giovani di oggi, perché con me è stata la stessa cosa: ciò che mi ha convinto non sono stati tanti bei discorsi, ciò che mi ha convinto sono stati uomini credibili, uomini la cui vita parlava del Vangelo, uomini in cui nei volti si vedeva la gioia di spendere la propria vita anche in circostanze difficili, che credevano profondamente in ciò che facevano. E che credono, perché molti di loro sono ancora lì. 

È questo che mi ha portato a fare questa scelta e io sono felice e fiero della scelta che ho fatto. Non vedo l’ora di poter fare anch’io la mia parte in questo processo di evangelizzazione attraverso il Pime, proprio per potermi sentire un po’ di più come loro. 

Penso che sia questa la ragione per cui oggi i nostri giovani faticano a fare una scelta definitiva, almeno per quanto riguarda la vocazione alla vita consacrata. Certo, si potrebbe fare tutto un altro discorso riguardo la vocazione matrimoniale, ma non sto qui ad allungarmi troppo. 

Queste sono soltanto alcune delle riflessioni che ho fatto, questa è la mia piccola esperienza. Spero che sia stata in qualche modo di aiuto. Ringrazio p. Bernardo e tutti gli amici di AsiaNews per questa occasione. Vi chiedo anche una preghiera per me in questo periodo che sto vivendo, che è l’inizio della mia missione in Giappone. Grazie a tutti.

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