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    » 07/12/2012, 00.00

    MEDIO ORIENTE

    Siria, dalla primavera araba alla guerra fra sunniti e sciiti

    Samir Khalil Samir

    Molti attori sono entrati nel conflitto siriano: Arabia saudita, Qatar, Iran, Turchia, Israele, Iraq, Libano, Russia, Cina, Stati Uniti, Europa. Su tutte domina un conflitto interno all'Islam. I cristiani nella situazione più difficile: una scelta fra la dittatura politica o la dittatura islamica. L'islamismo radicale cresce anche in Europa, ma l'Occidente sembra non curarsi. La Seconda parte dell'analisi del grande islamologo.

    Beirut (AsiaNews) - In Siria, quella che era iniziata come una primavera araba, desiderosa di maggiore dignità, lavoro e libertà, è ormai sfuggita dalle mani e divenuta un conflitto regionale e internazionale in cui si combattono Arabia saudita e Qatar contro l'Iran; Turchia e Israele contro la Siria; Russia e Cina contro Stati Uniti ed Europa.

    All'inizio l'impegno era concentrato sulla richiesta di maggiore dignità, ma avendo ricevuto solo violenze dal governo, la primavera è diventata una ribellione anche armata. Molti ufficiali hanno disertato e organizzato la risposta militare. Ora tutti i due fronti lottano con le armi.

    Un conflitto interno all'islam

    La Siria, a differenza dell'Egitto, è un Paese multiculturale e multietnico: vi sono drusi, cristiani (9%) curdi (7%), sunniti (70%), e altri gruppuscoli, e tale Paese è dominato per ora dagli alawiti (12-13%).

    Tutto questo porta le tensioni siriane a un conflitto regionale. La paura, per i Sunniti e per la maggioranza dei Paesi arabi, è che la Siria, legata religiosamente all'Iran, divenga sempre più strumentale alla diffusione dello sciismo.

    Va detto che i nemici dell'Iran, più che Israele, sono i sunniti. E d'altra parte, la paura dell'islam è la paura dello sciismo, che avanza in ogni Paese islamico. La settimana scorsa, al Cairo (Egitto), mi sono imbattuto in un gruppo di musulmani sciiti: per la prima volta dopo oltre un millennio, facevano propaganda alla loro religione in quel luogo. Sono stati fermati dai responsabili sunniti. Sento dire che lo stesso fenomeno avviene in Algeria, Marocco, Tunisia, e in molti Paesi d'Africa.

    Nel conflitto fra sunniti e sciiti, la dimensione religiosa è un pretesto per una lotta politica. Il conflitto è nato subito dopo la morte di Maometto (nel 632). Nel suo discorso di addio, a Ghadîr Khomm, Maometto avrebbe voluto come suo successore nel comando, suo genero Alì. Al suo posto, invece, vi è stato Abu Bakhr, il padre di Fatima la sposa di Maometto, che era di un'altra tribù. Poi vi sono stati altri due califfi, Omar Ibn al-Khattâb e Uthman Ibn 'Affân. Gli sciiti sono coloro che difendono la linea del potere di Alì e della famiglia del profeta. Dunque, fin dall'origine il conflitto è di origine etnica e di faida quasi familiare. Fino ad ora, gli sciiti, quando fanno la benedizione musulmana, benedicono Maometto "e la sua famiglia" (wa-âlihi). E da qui si riconosce subito che sono sciiti.

    L'opposizione tribale, etnico-politica rimarrà per l'eternità. Sono stato a Najaf (Iraq) nel mese scorso, e ogni giorno vi sono prediche e trasmissioni contro i sunniti, in particolare contro l'Arabia Saudita e i Wahhabiti. Questo conflitto è più aspro perfino dell'odio fra palestinesi e israeliani. Il conflitto in Siria è frutto di questa ferita, perché lì lo sciismo è al potere e una maggioranza sunnita ne è esclusa.

    Quale futuro?

    Il futuro della Siria non è ancora chiaro. Una delle soluzioni di cui si parla è di dividere la Siria - secondo un piano israelo-americano - in tanti cantoni confessionali, indebolendo la Siria come potenza e sbriciolandola in tanti staterelli.

    Lo sbriciolamento della Siria rischia di provocare un terremoto anche in Turchia, altro Paese multietnico e multiculturale, dove vi sono milioni di curdi e milioni di aleviti, e parecchi altri gruppi. Allo stesso tempo, la Turchia vuole escludere la nascita di una nazione kurda ai suoi confini, che abbracci i kurdi della Siria, dell'Iraq e dell'Iran.

    Siamo in una grande empasse e non vi sono soluzioni in vista per la Siria a meno che non intervenga la comunità internazionale. La ribellione non riesce a fare nulla senza l'aiuto internazionale.

    D'altra parte la comunità internazionale è timorosa ad entrare nel calderone siriano, perché nell'opposizione vi sono anche molte frange di islamisti radicali e di qaedisti. Vi è anche chi afferma che per gli Stati Uniti è meglio questa soluzione islamista, salvaguardando i legami economici con l'America.

    Oramai, la soluzione non è più nelle mani dei soli siriani. Il problema è regionale e internazionale. L'Iran e la Turchia sono due potenze che hanno possibilità di espansionismo. Il resto del mondo arabo non ce l'ha, né dal punto di vista della popolazione né dal punto di vista militare. Perciò l'opinione comune in Siria è: "Non c'è via di uscita e stiamo aspettando le decisioni internazionali".

    I destino dei cristiani

    In questo quadro, la situazione dei cristiani è la più debole. Non possono appoggiarsi a nessuno. Un po' come in passato è avvenuto in Iraq, dove sembra che il cristianesimo sia in via di sparizione; forse fra 50 anni non vi saranno più cristiani in questo Paese. Anche in Libano, purtroppo, si riproduce lo stesso fenomeno dello svuotamento dei cristiani,  a causa dell'insicurezza e dell'emigrazione. Eppure non c'è né discriminazione e le guerre, in apparenza "religiose", sono avvenute per motivi economici e talvolta culturali.

    Certo, il Libano, a metà del secolo scorso, ha tentato una struttura sociale pluralistica, multietnica e multireligiosa. È l'unico Paese ad avere tentato questo e rimane un modello - anche se fragile - all'interno del Medio Oriente, come ha accennato anche Benedetto XVI quando è venuto in visita lo scorso settembre. Ma le prospettive sono difficili.

    In Siria i cristiani temono un futuro islamista; lo stesso è per i cristiani egiziani. L'atteggiamento dei responsabili cristiani di fronte alla ribellione è stato talvolta criticato. Ma occorre cercare di capire. Nessuno sostiene che il regime siriano di Bashâr al-Assad sia buono, ancor meno che sia democratico. Tutti sanno che la libertà politica è quasi inesistente, come anche la libertà di parola. Tutti sanno che chiunque si oppone alla politica del regime finisce in prigione ed è sottomesso alla tortura.

    D'altra parte, a differenza di tanti Paesi musulmani, i cristiani godono in Siria della totale libertà religiosa, grazie alla dottrino baasista del regime, dottrina (quella del Baas = ba'th) creata dal cristiano ortodosso Michel Aflaq). La Siria non fa distinzione tra musulmano (a qualunque gruppo appartenga) e cristiano: tutti sono cittadini alla pari. Ma il controllo dello Stato è ovunque, per tutti. Come tutte le dittature, la sicurezza e l'ordine sono garantiti. Sono tutti vantaggi da non disprezzare.

    E siccome la maggioranza dei cristiani non ha ambizioni politiche, né intende far politica, vive in pace e libertà accettando le limitazioni stabilite dal potere baasista. Insomma, sapendo che non esiste nella politica un sistema perfetto, scelgono il male minore: garantire la vita, la sicurezza, la libertà religiosa, rinunciando alla libertà politica.

    Ciò che conforta quest'approccio è che non si sa quale possa essere l'alternativa. A vedere l'evoluzione del mondo arabo-islamico, l'alternativa sembra essere un regime islamico fondamentalista, il ché è peggio perché tocca le convinzioni profonde della persona umana. Per dirla in una parola: c'è solo la scelta tra la dittatura politica e quella religiosa. L'ultima sembra a molti più frustrante.

    Se paragoniamo la situazione dei cristiani della Siria con quella dell'Egitto, non fa dubbio che quella dei siriani è preferibile: i cristiani vi godono di tutti i diritti dei siriani, contrariamente agli egiziani!

    Cosa sarà il futuro, nessuno lo può prevedere. Certamente ci vorrà coraggio: un comportamento disfattista non è degno della vocazione del cristiano per ricostruire, insieme a tutti i cittadini, una città più umana.

    L'atteggiamento dell'Occidente

    L'occidente, preso dai suoi problemi economici e politici, non si interessa molto alla deriva islamista. Ma non si rende conto che questa islamizzazione avrà conseguenze e ripercussioni numerose proprio sull'occidente.

    Il fondamentalismo islamico emerge sempre di più nella comunità musulmana in Europa. L'ultima inchiesta in Francia, fatta dall'IFOP, su come i francesi vedono l'islam, mostra che la situazione sta peggiorando: più del 60% dei francesi vede l'islam inadatto all'occidente, incapace di integrarsi.

    Questa visione negativa nasce dal fatto che il mondo islamico rigetta con nettezza l'occidente, da esso considerato "ateo" e "immorale". A questo si aggiunge tutta la discussione attuale sui matrimoni gay, sulle coppie di fatto (il PACS), sulle adozioni da parte di coppie di fatto. Per il mondo musulmano fondamentalista, l'Occidente è contro Dio e perciò è da combattere; nel discorso islamista, l'Occidente è la "nuova Jahiliyyah", il nuovo paganesimo.

    Per l'occidentale, l'Islam è impossibile da ssimilare e il musulmano appare incapace ad integrarsi nella cultura europea. Perciò è da rigettare. La laicità occidentale (in particolare quella francese) appare al mondo musulmano come ateismo. Perciò parlare di laicità solleva automaticamente un rigetto da parte di molti. Papa Benedetto XVI, nella sua esortazione apostolica "Ecclesia in Medio Oriente" del 14 settembre 2012 (n. 29), mette in luce proprio questo: «È con grande sospetto che alcuni responsabili politici e religiosi medio-orientali, di tutte le comunità, considerano la laicità come atea o immorale».

    Il modello suggerito dal papa invece è un altro:

    «La sana laicità, al contrario, significa liberare la religione dal peso della politica e arricchire la politica con gli apporti della religione, mantenendo la necessaria distanza, la chiara distinzione e l'indispensabile collaborazione tra le due.

    «Nessuna società può svilupparsi in maniera sana senza affermare il reciproco rispetto tra politica e religione, evitando la tentazione costante della commistione o dell'opposizione.»

    L'atteggiamento dell'Occidente verso la religione ha perciò alcune conseguenze sull'atteggiamento del mondo islamico verso l'Occidente. E l'Europa dovrebbe tenerne conto.

    (Fine della Seconda parte. Per la prima parte vedi qui: L'incompiuta: l'inverno islamico della primavera araba)

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