16/03/2016, 11.58
SIRIA - ONU
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Siria, governo e opposizioni verso una soluzione politica del conflitto

Ai colloqui “indiretti” di Ginevra rappresentanti di Damasco e leader Hnc presentano proposte in un’ottica di dialogo. All’inviato speciale Onu il compito di trovare un “terreno comune”. Non si escludono per il futuro negoziati “diretti” fra i due fronti. La prossima settimana Kerry a Mosca. Negli ultimi 14 mesi lo SI ha perso il 22% dei territori in Siria e Iraq. 

Ginevra (AsiaNews/Agenzie) - Governo siriano e opposizioni hanno presentato una serie di documenti ai rappresentanti delle Nazioni Unite, in cui delineano i principi di fondo per una soluzione politica che metta fine a un conflitto sanguinoso che dura ormai da cinque anni.

Nel contesto dei dialoghi “indiretti” che si sono aperti il 14 marzo scorso sotto l’egida Onu a Ginevra, in Svizzera, i rappresentanti di Damasco e i portavoce dell’Alto comitato per i negoziati (Hnc) hanno presentato una serie di proposte in un’ottica di dialogo. L’inviato speciale Onu Staffan de Mistura ha affermato che “analizzerà” le posizioni espresse, nel tentativo di trovare un “terreno comune” per il dialogo. 

Le parole dell’inviato speciale Onu per la Siria giungono al termine dell’incontro, avvenuto ieri, con i rappresentanti dell’Alto comitato per i negoziati (Hnc), la più importante fazione ribelle siriana che si oppone al presidente Bashar al-Assad ed è sostenuta dai sauditi. “Abbiamo scambiato documenti e idee” ha dichiarato de Mistura, sulle modalità per affrontare il periodo di “transizione” che rappresenta - per i vertici delle Nazioni Unite - la “madre di tutte le questioni”. 

Il diplomatico Onu non ha voluto chiarire il contenuto dei documenti presentanti dai portavoce del presidente Bashar al-Assad e dagli oppositori. Al termine dell’incontro del 14 marzo Bashar al-Jaafari, portavoce governativo, ha dichiarato che Damasco ha illustrato la propria posizione per una “soluzione politica” di una guerra che ha causato 270mila morti e milioni di sfollati. 

Ieri de Mistura ha incontrato i rappresentanti dell’opposizione: questi hanno sollevato la questione dei detenuti politici rinchiusi nelle carceri del regime. Basma Kodmani, portavoce Hnc, chiarisce che la questione dei detenuti “non è negoziabile” ed esorta il governo di Damasco a liberare subito quanti sono detenuti “in modo illegale”. 

Intanto l’opposizione si dice pronta a negoziare nella stessa stanza con i rappresentanti del regime, se gli attuali colloqui “indiretti” garantiranno dei progressi. “Siamo pronti in una fase successiva a negoziati diretti con il regime” ha dichiarato Salem al-Meslet, anch’egli portavoce Hnc; egli chiarisce che i negoziati saranno basati sul modello di “Ginevra 2”, con un riferimento agli incontri del 2014 nei quali entrambi i fronti sedevano all’interno della stessa stanza, con la mediazione dell’ex rappresentante Onu Lakhdar Brahimi. 

Nel frattempo si muove anche il fronte della diplomazia internazionale e le potenze coinvolte nel conflitto siriano. La settimana prossima il segretario di Stato Usa John Kerry andrà in Russia per discutere di Siria, dopo l’annuncio a sorpresa di Mosca del ritiro della “maggior parte” delle proprie truppe dal Paese arabo. 

Per il capo della diplomazia statunitense la mossa della Russia, insieme all’apertura “positiva” dei colloqui di Ginevra, rappresentano “la migliore opportunità” per mettere fine al conflitto. A dispetto dell’annuncio del ritiro, il Cremlino precisa però che continueranno i raid aerei dei caccia russi contro obiettivi dello Stato islamico (SI). 

In queste ore gli aerei di Mosca hanno colpito i jihadisti nei pressi di Palmira, la città patrimonio Unesco dell’umanità dal maggio scorso nelle mani di Daesh [acronimo arabo per lo SI], dove i miliziani hanno distrutto in modo deliberato parte delle antichità. Intanto da un rapporto diffuso in questi giorni da Ihs emerge che lo SI ha perso negli ultimi 14 mesi almeno il 22% dei territori che aveva conquistato in precedenza fra Siria e Iraq. Al contempo, i jihadisti hanno perduto anche il 40% delle loro fonti di guadagno - la maggior parte dei quali frutto dei proventi del petrolio - dopo aver perso il controllo del confine turco-siriano. 

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