27/05/2010, 00.00
IRAN
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Sono 470 i prigionieri di coscienza nelle carceri iraniane

L’elenco è stato diffuso da un’organizzazione per i diritti umani in Iran. L’elenco, incompleto, comprende attivisti politici, studenti, giornalisti, blogger, esponenti di minoranze religiose. Ben 268 di loro non non sanno neppure di cosa sono accusati e 120 sono curdi.
Teheran (AsiaNews) – Sono 470 i prigionieri “di coscienza” in Iran, ossia le persone incarcerate per le loro opinioni, politiche e non, scritte o espresse altrimenti. Tra i detenuti, ci sono 39 donne e 28 condannati a morte. Un lungo elenco reso noto da Reporters and Human Rights Activists in Iran (RAHANA), che precisa che i carcerati sono divisi in 25 diversi istituti di pena e che ben 268 di loro non conoscono le accuse per le quali sono privati della libertà. E l’elenco, aggiunge, non è completo in quanto “non comprende i nomi di tutti i prigionieri di coscienza in Iran”.
 
Le violazioni dei diritti umani fondamentali, insomma, continuano a imperversare nel Paese degli ayatollah. Ci sono persone, afferma Rahana, imprigionate solo per le loro opinioni e convinzioni o per aver criticato il regime.
 
La sezione della organizzazione che si occupa della tutela dei diritti dei carcerati - RAHANA’s Prisoners’ Rights Unit - precisa che dei 470 carcerati dei quali si conosce il nome, 120 sono curdi (che rappresentano all’incirca il 7% della popolazione iraniana), 101 sono attvisti politici, 59 studenti, 49 giornalisti o blogger, 43 appartenenti a minoranze religiose, soprattutto Bahai. La tristemente famosa prigione di Evin (nella foto) è quella che ospita il maggior numero di prigionieri politici, seguita, dalla Orumiyeh Central Prison (34 prigionieri politici), Sanandaj Central Prison (33) e Rajai Shahr Prison (28).
 
Mancano informazioni sulla situazione di 134 persone e in alcuni casi esse si limitano al nome del carcerato e della prigione.
 
Dall’elenco sono stati cancellati i nomi di Farzad Kamangar, Shirin Alam Hooli, Mehdi Eslamian, Ali Heydarian e Farhad Vakili, giustiziati due settimane fa. La loro sorte preoccupa in modo particolare, in quanto è vista come l’atteggiamento vigente nel sistema giudiziario. “speriamo che in futuro – afferma Rahana – gli unici nomi cancellati saranno quelli delle persone liberate”.
 
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