09/11/2004, 00.00
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Sono aumentate le riserve mondiali di petrolio

di Maurizio DOrlando

Ma si è ridotta la capacità marginale di produzione, e il prezzo aumenta.

Milano (AsiaNews) - Nonostante i recenti forti aumenti di prezzo e contrariamente a tutti i catastrofismi neomalthusiani, per i quali esistono dei limiti allo sviluppo perché le risorse sono finite ed il petrolio è insufficiente per garantire a tutti il benessere dei Paesi occidentali, non c'è alcuna mancanza di petrolio nel mondo.

Secondo la BP Statistical Review of World Energy 2004, le riserve provate di petrolio a fine 2003 sono pari 1.146,3 miliardi di barili, equivalenti a 156,7 miliardi di tonnellate. Questo corrisponde ad un rapporto tra riserve mondiali e produzione annua corrente pari a 41 anni. Sulla base di tale dato Aurelio Peccei ed i suoi amici del "Club di Roma", che si basavano su studi e pronostici del prestigioso MIT, Massachusetts Institute of Technology, avrebbero oggi detto che le forniture di greggio, sulla base dell'attuale livello dei consumi mondiali, sono assicurate per solo altri 41 anni.

Il consumo di petrolio nel mondo nel corso degli ultimi anni risulta peraltro leggermente crescente con un incremento annuo medio di circa il 2,3 % concentrato soprattutto nei Paesi emergenti. Di contro però anche il volume totale delle riserve provate mondiali di petrolio sono cresciute. Basta ad esempio considerare che nel 1993 le riserve provate erano 1.023,6 miliardi di barili, e nel 1983 723 miliardi di barili.

Il rapporto tra riserve e produzione, che agli inizi degli anni sessanta era pari a 20, nel 1970 era 31 (dati DeGolyer & McNaughton). Tutto ciò significa che in questi anni l'industria petrolifera ha continuato ad aggiungere riserve nonostante l'aumento dei consumi. Il rapporto tra riserve conosciute e produzione annua mondiale, dunque, non vuole assolutamente dire che dopo un certo numero di anni il petrolio sarà esaurito, come vorrebbero farci intendere i neomalthusiani.

In altri termini non dobbiamo temere che tra 41 anni, nel 2045, non ci sarà più petrolio. Secondo David Deming dell'Università dell'Oklahoma, ad esempio, sulla base delle attuali conoscenze le disponibilità di petrolio saranno sufficienti a coprire l'incremento dei consumi mondiali per lo meno fino al 2100 e forse ben oltre tale data. Certo, il problema del petrolio è che la distribuzione delle risorse petrolifere tra le varie aree geografiche è per sua natura fortemente diseguale.

Questo però, fintanto che esiste la possibilità di commerciare liberamente il petrolio, non spiega alcunché dell'incremento delle quotazioni. Se la Cina ed in generale l'Estremo Oriente sono deficitari di idrocarburi possono importare il petrolio da altre aree ed in particolare dal Medio Oriente che ne ha larghe eccedenze.

Da cosa deriva dunque l'impennata dei prezzi del petrolio? Il fatto è che in questi anni a causa di errate valutazioni si è molto ridotta la capacità marginale di produzione. In altri termini, pur essendoci molto petrolio nel sottosuolo e pur sapendo in linea di massima dove si trova, l'offerta è inferiore alla domanda potenziale perché non si può disporre di greggio semplicemente girando un rubinetto.

Spieghiamoci: una volta individuate le riserve mediante le ricerche geosismiche ed i pozzi esplorativi occorre perforare i pozzi di sviluppo, costruire oleodotti e terminali d'imbarco ed in certi casi aggiungere nelle raffinerie esistenti costosi impianti di trattamento dei greggi pesanti e ad alto contenuto di zolfo per ottenere quei distillati non inquinanti richiesti per il trasporto terrestre aereo e navale.

Quest'ultimo è proprio il caso ad esempio della Cina dato che il numero di autovetture è addirittura esploso con un incremento di circa l'ottanta per cento. Tutto ciò significa che esiste un intervallo di tempo valutabile mediamente in circa 7/8 anni (ma in certi casi può essere ridotto mentre in altri casi può essere maggiore) prima che le risorse di un giacimento possano essere rese materialmente disponibili per il consumatore come prodotti finiti. Ne consegue in primo luogo che o esistono dei cuscinetti sufficientemente ampi di capacità produttiva installata ma non utilizzata in modo da tamponare le inevitabili impreviste oscillazioni della domanda internazionale di greggio e di energia, oppure bisogna rassegnarsi a cicli periodici di variazioni, anche estreme, delle quotazioni.

In secondo luogo occorre disporre di strumenti di analisi macroeconomica e previsione dei consumi futuri in grado di fornire accuratissime previsioni su un arco temporale di quanto meno 10 anni successivi. Nello specifico non si è verificato né l'uno né l'altro caso.

Per quanto riguarda la capacità marginale di produzione immediatamente disponibile - il cuscinetto tampone - nel corso degli ultimi anni abbiamo assistito ad una sua notevole riduzione, al punto che in pratica solo in Arabia Saudita ce ne sono ancora quantità significative, anche se insufficienti, rispetto al volume raggiunto dalla domanda mondiale di petrolio. La ragione è che da un lato le società statali dei paesi produttori, in conseguenza della lunga fase di bassi prezzi del greggio, hanno avuto difficoltà ad effettuare gli investimenti necessari a causa dei deficit del bilancio pubblico. Dall'altro lato i dirigenti delle grandi compagnie petrolifere private mondiali, le cui remunerazioni personali sono spesso legate agli andamenti dei corsi azionari, hanno privilegiato un'ottica di breve, anzi brevissimo periodo, incalzati dal consuntivo trimestrale che quasi tutte le borse richiedono.

 

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