10/08/2006, 00.00
SRI LANKA
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Sri Lanka: cattolici raccontano la loro fuga dall'inferno dell'est

di Danielle Vella

Anche dopo la riapertura del canale di Maavilaru, non si fermano le violenze tra esercito e ribelli, mentre aumentano gli sfollati. Una operatrice del Jesuit Refugee Service a Muthur racconta il suo viaggio "a piedi sotto i bombardamenti".

Muthur (AsiaNews) – Sempre più civili muoiono o sono costretti a fuggire in seguito agli scontri tra esercito e le Tigri tamil, che continuano la loro guerra nell'est dello Sri Lanka. Secondo quanto riporta oggi un sito internet vicino ai ribelli, i bombardamenti dell'aviazione singalese hanno ucciso dozzine di civili e messo in fuga migliaia di famiglie.

Un portavoce delle Ltte (Tigri di liberazione dell'Eelam Tamil) riferisce che l'esercito sta attaccando via cielo e terra le zone controllate dai ribelli, che a loro volta "possono solo interpretare l'iniziativa, come una dichiarazione di guerra da parte di Colombo". Le forze armate sostengono invece di aver lanciato un'operazione "difensiva".

Si tratta del picco di violenze più grave dalla firma del cessate-il-fuoco, che nel 2002 sembrava avesse messo fine a 20 anni di guerra civile. Gli scontri tra le due parti continuano anche dopo che le Ltte hanno riaperto il canale di Maavilaru, oggetto di una disputa che ha dato il via alle ultime ostilità.

In un rapporto pubblicato il 6 agosto il Consorzio delle Agenzie umanitarie (Cha) ha chiesto a esercito e ribelli di fermare gli attacchi e garantire il passaggio sicuro degli aiuti diretti agli sfollati. Molte persone infatti non hanno accesso a cure mediche e ai rifornimenti alimentari. Sono circa 35 mila gli abitanti della zona, che hanno dovuto lasciare la propria casa nella recente recrudescenza delle ostilità: cercano rifugio in conventi, chiese, scuole e tendopoli allestite per l'emergenza.

La città di Muthur, a maggioranza musulmana, è la più colpita: la maggior parte dei residenti è fuggita a piedi per scappare dalle bombe. Nisha, coordinatrice di zona del Jesuit Refugee Service (JRS), è tra gli sfollati. Quando sono iniziati i bombardamenti il 1 agosto si trovava in un convento a Muthur. "Siamo così spaventati – dice – gli attacchi vanno avanti tutto il giorno. La popolazione tamil era venuta nella chiesa di S. Antonio, vicino al convento, per cerare di mettersi in salvo. Ma la chiesa è stata bombardata e un bambino, Aravind, è rimasto ucciso. Due ambulanze hanno portato all'ospedale tre donne ferite, ma nel percorso una bomba è caduta su uno dei due mezzi uccidendo la moglie dell'autista. Gli altri sfollati sopravvissuti sono stati trasferiti all'ospedale di Batticaloa".

Gli scontri sono continuati per tutti i successivi tre giorni. Il 5 agosto chi si era rifugiato in chiesa ha deciso di lasciare Muthur. "Siamo partiti a piedi - racconta Nisha – lungo il cammino siamo passati sotto fitti bombardamenti e in più momenti ci siamo dovuti gettare a terra". "Abbiamo incontrato anche gente che tornava indietro, perché l'esercito non permetteva di passare – aggiunge la donna – il parroco di Muthur, p. Ignatius e alcune suore hanno implorato i militari di farci andare avanti e alla fine ci siamo riusciti". "Una volta arrivati nell'area controllata dalle Ltte, però, i bombardamenti sono ricominciati e molte persone del gruppo sono morte". Durante la fuga Nisha ha visto morire un bambino che le camminava a fianco.

I superstiti, poi, si sono dispersi in più direzioni. Nisha e pochi altri sono riusciti a raggiungere la scuola del vicino villaggio di Kilvetti, dove lo ha accolti il direttore della Caritas di Trincomalee. P. Diaz. Ma molti altri non hanno avuto la stessa fortuna.

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