04/07/2016, 08.50
MYANMAR
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Stato Rakhine: migliaia di buddisti in piazza contro i Rohingya

Yangon ha accettato la richiesta della Nazioni Unite e per indicare la minoranza islamica userà la formula “la comunità musulmana dello Stato Arakan”. I nazionalisti vogliono invece chiamarli “Bengali”, per sottolineare il loro essere migranti illegali dal Bangladesh.

 

Yangon (AsiaNews) – Migliaia di persone hanno sfilato ieri insieme a monaci buddisti nello Stato Arakan per protestare contro la presenza della minoranza musulmana Rohingya nel Paese e la nuova terminologia che il governo vuole adottare per identificarla. I cittadini sono scesi in piazza in 15 delle 17 municipalità dello Stato sud-ovest mostrando cartelloni con scritte come: “Lo Stato Arakan [antico nome dello Stato Rakhine ndr] appartiene agli arakanesi”, “i Bengali devono essere chiamati Bengali”.

I manifestanti si ribellano alla richiesta fatta a Yangon dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite il 17 giugno scorso: che ai termini “Rohingya” o “Bengali”, che sono causa di contenziosi, venga sostituita la formula “la comunità musulmana dello Stato Arakan”. La settimana seguente, durante la visita dell’inviata speciale dell’Onu per i diritti umani in Myanmar, il ministro dell’Informazione ha ordinato alle pubblicazioni governative di usare la formula suggerita.

I nazionalisti buddisti birmani insistono nel chiamare i Rohingya “Benagali” per sottolineare il loro status di migranti illegali dal Bangladesh e la loro illegittimità ad essere riconosciuti come gruppo etnico distinto. Al momento i musulmani della minoranza non sono considerati cittadini birmani e vivono in isolamento, molti dei quali rinchiusi in campi profughi. A migliaia tentano la fuga ogni anno verso altri Paesi del sud-est asiatico.

Le proteste di ieri sono state precedute da una lettera aperta, firmata da 500 cittadini e da 70 monaci buddisti, inviata al presidente Htin Kyaw e al Consigliere dello Stato Aung San Suu Kyi. Nel testo si chiedeva il ritiro della nuova terminologia.

Durante la visita del Segretario di Stato americano John Kerry il 22 maggio scorso, la Signora era intervenuta sull’argomento invitando entrambe le parti ad evitare l’uso delle parole “Rohingya” e “Bengali”, “termini emotivi che rendono più difficile trovare una soluzione pacifica al problema”.

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